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domenica, giugno 15, 2008

Buy or Die!!! Gli inviti all'ascolto di Gianni



Le luci della centrale elettrica: Canzoni da spiaggia deturpata
(La Tempesta 2008)
Voto: 10



Quando ci si sgrana i timpani con un lavoro del genere, si ha subito una certezza ed una consapevolezza. La certezza che a volte nel sottobosco indie italiano possano violentemente sbocciare dei rari fiori del male, e la consapevolezza che si stanno ricevendo dieci pugnalate nel cuore. Sotto le luci della centrale elettrica si nascondono gli artefici di questo lancinante poema da gioventù post atomica: Vasco Brondi, un “vecchio” ventiquattrenne di Ferrara, e la sua migliore amica a sei corde comprata a rate. Potrei anche dare in parte ragione a chi pensa che la proposta cantautoriale che Vasco vuole diffondere sia figlia illegittima della tradizione degli urlatori italiani e della folle genialità di Giovanni Lindo Ferretti, ma vi assicuro che questo disco ha molto di personale e tantissimo di originale. Già. Personale e originale. Primo: la puntigliosa produzione di Giorgio Canali e l’artwork realizzato dal fumettista Gipi fanno capire che il progetto è sentito, tutt’altro che sterile e fine a sé stesso. Secondo: trovatemi nel mainstream italico un solo artista qualsiasi che abbia il coraggio di sputare in faccia il nostro disembedding generazionale, la realtà del malessere che ci circonda, e lo faccia fottendosene totalmente della struttura classica di insipide canzoni da classifica, delle melodie forzate, dei ritornelli e dei bridges anonimi prodotti in serie apposta per compiacere l’udito di un pubblico abituato all’evasione e mai alla riflessione.
Queste piccole ma profonde passeggiate su spiagge deturpate tentano di proteggerti “dai lacrimogeni e dalle canzoni inutili”, ma possono fare male proprio come le parole che non vuoi pronunciare, come certe frasi che non vuoi stare a sentire. Tutto questo diviene un fumetto a metà tra il cyberpunk e il contemporaneo accompagnato da due accordi messi in croce (in tutti i sensi), una storia dove i protagonisti sono i luoghi e le figure/vittime del terzo millennio. Non mancano madonne anoressiche che non ridono più, platani decapitati, spacciatori tunisini, paracadute con i buchi di sigaretta, stelle cianotiche, amori interinali, cassonetti in fiamme che fanno un odore strano (vi ricorda qualcosa di attuale?), la gigantesca scritta Coop che svetta sopra i nottambuli e fa rimpiangere il fatto che “i CCCP non ci sono più da un bel po’”, ponti distrutti, fumo che odora di paraffina, centrali a turbogas, ragazzi “egocentrici come i gatti scappati dai condomini” che si sconvolgono per ammazzare il tempo, che vanno a Londra “a dimagrire”, che “rifanno le tette” ai loro progetti scadenti e urlano al cielo malconcio: “Cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero?”.
Cari amici, Vasco Brondi rappresenta la concreta risposta a chi crede che “i vecchi tempi dei grandi cantautori” siano ormai andati e irrecuperabili.
La sua risposta è un disco acuto e disperato, polemico ma disincantato, poetico e dannato, che sa di smog e sigarette, che se ne sbatte delle regole ingessate del mercato discografico e gioca d’azzardo con la libertà espressiva.
In una sola parola…folgorante!
Gianni


Website: http://lelucidellacentraleelettrica.blogspot.com
Myspace: www.myspace.com/lelucidellacentraleelettrica

mercoledì, febbraio 27, 2008

Buy or Die!!! Gli nviti all'ascolto di Gianni




Baustelle: Amen (Warner 2007)
Voto: 10



E’ sempre difficile recensire un vero e proprio capolavoro discografico. Difficile perché si rischia sempre di precipitare nel pozzo delle proprie emotività. Difficile perché spesso a stento si riesce a raccontare una piacevole sorpresa in modo obiettivo. Proprio così, l’ultima fatica degli italianissimi Baustelle rappresenta una delle sorprese musicali più belle di questi ultimi anni. La maturità raggiunta con il precedente “La Malavita” è stata ora migliorata e surclassata da un gruppo di artisti a tuttotondo, capaci di fondere musica e poesia in maniera eccellente, con uno stile così eclettico e personale da far la pernacchia alle molte bands che compongono la rosa della loro blasonatissima e multinazionale etichetta discografica. Ma andiamo ora ad analizzare questo “Amen”. La genialità del gruppo di Montepulciano sembra schiudersi all’inizio del disco, dove sono poste ben due tracce fantasma che dovrebbero normalmente trovarsi alla fine dell’opera (le scoprirete mandando indietro il vostro lettore dal primo brano). La fusione di molti stili musicali come il pop, la New Wave, la tradizione della musica leggera e cantautoriale dei Sessanta e dei Settanta, il fertile rock dal gusto ricercato e qualche richiamo all’elettronica sono ormai diventati il loro inconfondibile marchio di fabbrica. Ciò che però più stupisce e balza all’orecchio è però la struttura lirica delle canzoni, ovvero l’estrema abilità e vis poetica di Francesco Bianconi nel raccontare con sconsolata e sarcastica ironia la decadenza del mondo occidentale in cui viviamo, la nostra vita quotidiana dominata dall’incertezza, dai pregiudizi e dal pericoloso tedio. E così “Colombo” diventa uno scorcio tristemente realistico delle vittime americane della “logica spietata del profitto”. “Charlie fa surf” è una grigia polaroid scattata nel mezzo del cammino di nostra annoiata adolescenza. “L’aeroplano”, interpretata dalla bravissima Rachele Bastreghi, è “una canzone che fa sottofondo all’Indecifrabile” e ci fa riflettere sul senso effimero ed inconsistente delle nostre vite, perché in fondo, in questo mondo, “noi voliamo invano”. “Antropophagus”, il cui titolo richiama il capolavoro cinematografico di Joe D’Amato, mette in contrasto gli immigrati clandestini della Stazione Centrale di Milano, dipinti come zombie-cannibali, ai nouveaux riches meneghini gonfi di sushi e Corso Como, lasciando però il dubbio su chi siano i veri cannibali. Si spazia dalla spersonalizzazione tipicamente contemporanea della sessualità (“Dark Room”), all’amara nausea di stampo sartriano di una giovane precaria (“Il liberismo ha i giorni contati”), per arrivare a “Baudelaire”, intelligente monito allo studio di alcuni “cattivi” maestri, scapigliati e maledetti, che hanno rivoluzionato letteratura e cinema, e si sono assunti la grande responsabilità di farlo per noi.
Questi episodi, contornati da arrangiamenti di altissimo livello e da soluzioni strumentali sempre ben riuscite, fanno di “Amen” un disco da avere a tutti i costi, anzi, DA COMPRARE, perché certi gioielli non possono essere miseramente scaricati da eMule. Un lavoro che appassiona, che invita a guardarsi dentro e attorno, che emoziona come non mai (scagli la prima pietra quel becero che non si commuove dopo aver ascoltato “Alfredo”).
Complimenti meritatissimi ed inchino dovuto per i Baustelle!
Gianni

Website: www.baustelle.it
Myspace: www.myspace.com/baustellespace

martedì, settembre 25, 2007

Buy or Die!!! Gli inviti all'ascolto di Gianni



Motion City Soundtrack: Even If It Kills Me (Epitaph 2007)

Voto: 9


Lo sapete, su questo gruppo sono sempre stato e sarò sempre di parte. Se un giorno, per assurdo, Justin Pierre e compagni dovessero sfornare un disco penoso, mi ritrovereste comunque dalla loro parte come avvocato difensore. Ma anche questa volta, e non è un caso, il loro nuovo lavoro è ben lontano dall’essere penoso. Co-prodotto dalle operose mani di un team di tutto rispetto (tra cui Ely Janney dei Girls Against Boys e Ric Ocasek dei The Cars), “Even If It Kills Me” segna il gradito ritorno di una band che ha fatto del power pop la propria bandiera, e che sembra non volersi scostare dal genere in questione. La formula è nota e come al solito risulta vincente: ritmica orecchiabile, testi intimi e sentimentali, qualche spruzzo di emo-rock qua e là, ma soprattutto tanta tanta melodia. Si parte subito con “Fell In Love Without You” e ci si compiace a risentire le chitarre accompagnate da quei soliti sintetizzatori, così ruffiani da diventare il loro indistinguibile marchio di fabbrica. Il secondo singolo “This Is For Real” ha un ritornello azzeccatissimo e accattivante, una vera e propria dichiarazione d’amore in chiave rock. La malinconica sessione ritmica ed armonica di “Last Night” mi fa subito ricordare i rimpianti Get Up Kids nel momento in cui decisero di rendere omaggio a Robert Smith ed i suoi Cure con la cover di “Close To Me”. Tra gli highlights possiamo segnalare la ottima “Can’t Finish What You Started”, così come il primo singolo “Broken Heart”, il cui pre-download su iTunes pochi mesi prima dell’uscita del full-lenght ha riscosso un feedback più che positivo da parte degli ascoltatori. Merita inoltre menzione la ballad “The Conversation”, la title tack ed altri momenti un pò meno riusciti (ma ascoltabilissimi comunque) del disco come “Hello Helicopter” o la tiepida “Calling All Cops”. Se non vedete il 10 nel voto finale è solo perchè a questo terzo episodio targato MCS manca quel pizzico di coraggio e sfrontatezza che avrebbe portato a sperimentare nuove soluzioni, cosa che contraddistingue i dischi di ottima fattura e di gran successo. Cambiamenti a livello musicale, se ce ne sono, possono essere visti solo nell’ottica di un ulteriore “spostamento” verso sonorità più pop, scelta che a mio avviso non infastidisce per nulla. Per quanto riguarda il contributo lirico, Justin Pierre è sempre una garanzia di qualità. Le storie che racconta con la sua voce, sempre più elegante e suadente, sono storie in cui il sottoscritto (e la maggior parte dei suoi seguaci) si identifica pienamente, così nei pensieri come nelle situazioni di ogni giorno. Quasi ti sorprende come a volte la semplicità compositiva nasconda una complessità di introspezione inimmaginabile. Nelle prossime settimane e mesi, non so voi, ma io una canzone (“It Had To Be You”) ed un disco intero per dannarmi e rimpiangere i bei ricordi ce l’ho! Se volete farmi compagnia, ora sapete cosa fare.
Gianni


Website: www.motioncitysoundtrack.com

Mypsace: www.myspace.com/motioncitysoundtrack


lunedì, giugno 18, 2007

Buy or Die!!! Gli inviti all'ascolto di Gianni




Hopesfall: Magnetic North (Trustkill 2007)
Voto: 9



Torniamo un pochino indietro nel tempo. E’ passato quasi un lustro da quando il buon Bedo mi mise tra le mani quel gran capolavoro chiamato “The Satellite Years”. Quel disco mi ha emozionato, l’ho amato alla follia, con le orecchie e con il cuore, e tuttora gli attribuisco un gran valore sia artistico che affettivo. Due anni dopo fu partorito “A Types”, un full-lenght di discutibile qualità, vuoi per le melodie a tratti (fin troppo) ripetitive, vuoi per le linee vocali (fin troppo) pulite, vuoi per la struttura (fin troppo) scontata di alcuni brani. Il futuro degli Hopesfall sembrava così assumere i grigi contorni di una band che avrebbe avuto poco da dire e da dare a critica e fans, ma per fortuna tutto questo è stato scongiurato da “Magnetic North”. Un lavoro audace e sopraffino, profondo e grintoso. I cinque musicisti del North Carolina hanno deciso di comune accordo di togliersi di dosso ogni possibile etichetta, per andare ad esplorare più territori sonori possibili. C’è davvero di tutto. Ci sono sentori di alternative rock, grunge, metal, pop, senza però scordarsi di quel post-core emozionale da cui sono partiti e che li ha resi famosi. “Rx Contender The Pretender” dà il miglior inizio alle danze, ha la stessa nervosità che puoi trovare nei dischi dei Glassjaw, ti schiaffeggia con quelle esplosioni di rabbia che tanto ricordano “The Satellite Years”. “Swamp Kittens” sorprende per le molteplici soluzioni e per gli incantevoli bridges. Le tracce “Cubic Zirconians Are Forever” e “East of 1989; Battle Of The Bay” sono i momenti più soft di questo aeroso excursus sonoro, ma meritano particolare attenzione per le preziose ed avvolgenti trame strumentali di cui sono intessute. “Secondhand Surgery” ha quel classico ritornello che ti entra in testa e non si scolla più. Degni di nota anche i tre interludi della durata di circa un minuto ciascuno, davvero un ottimo collante che, unendo in maniera saggia le canzoni, dà ampio respiro e continuità al viaggio nel “Nord Magnetico”. L’impianto ritmico per tutta la durata del disco è da applausi a scena aperta. Mr. Jay Forrest sforna liriche intense e stavolta sembra sentirsi a proprio agio sia con le melodie che con gli impeti scream, mentre i due chitarristi Joshua Brigham e Dustin Nadler si intrecciano in arpeggi soavi e “spacey”, dilatando le atmosfere e cancellando i confini spazio-temporali. “Magnetic North” non può emulare gli antichi fasti sopraccitati, ma è comunque un disco da avere assolutamente, da assaporare in ogni suo singolo riff, in ogni singolo cambio di tempo. Chi mai può riuscire a trovare equilibrio e carisma su quel discrimine sottile che sta tra undergound e mainstream? Beh, cari amici, la risposta è una e una sola: gli Hopesfall!
Gianni

Website: www.hopesfall.com
Myspace: www.myspace.com/hopesfall

martedì, giugno 05, 2007

Numeri di un viaggio epico, Rock im Park 2007

10. I protagonisti dell'Odissea moderna.

9. Quelli che avevano i documenti giusti per varcare il confine svizzero. Quello rimanente vi starete chiedendo?Beh chiedete a Ronny...

8. di sera ovvero l'orario di chiusura del valico del San Gottardo che ci ha regalato una bella escursione in montagna in piena notte...

7. Le lettere che compongono il commento comune a seguito della multa presa in Austria nel viaggio d'andata dell'ammontare di 120 euri!!!A voi l'interpretazione del commento...

6. Sono le consonanti e le vocali che creano la parola magica Toi Toi, quell'oggetto mistico horror trash fetish che comparirà nei miei incubi per i prossimi tre mesi...

5. Le persone che avrebbero dovuto dormire nella tenda/bungalow di Ronny se un grandissimo figlio di troia, che spero sia finito di testa in un Toi Toi, non gliela avesse rubata...

4. Incredibile ma vero, le ore che sono state necessarie per trovare l'auto parcheggiata 4 giorni prima. Ore passate tra circonvallazioni norimberghese, sciure che non sapevano l'inglese, benzinai bastardi che davano informazioni sbagliate ma soprattutto tanto tanto asfalto percorso in quel labirinto di merda che risponde al nome di Nurberg...

3. Se la memoria non mi inganna sono i concerti visti a gruppo unito e cioè Muse, Smashing Pumpkins e Slayer; non a caso il nostro soprannome è diventato Lost im Park...

2. L'ora del mattino in cui i nostri eroi hanno raggiunto la loro città di provenienza...

1. Uno cinque zero ovvero 150. Il magico numero di salviette contenute in una scatola acquistata per soli 49 cents al supermarket. Questi oggetti dai poteri soprannaturali per molti hanno sostituito la doccia per l'intera durata della vacanza...

0. le canzoni che Nicolò non sapeva a memoria, momenti di panico quando sia Matthew Bellamy che Billy Corgan stavano per fare figure tragiche scordandosi parti dei loro testi ma per loro fortuna è bastato osservare il labiale del nostro musiconniscente per salvare la faccia...

domenica, maggio 20, 2007

Buy or Die!!! Gli inviti all'ascolto di Gianni



Club Dogo: Vile Denaro (Virgin 2007)
Voto: 8


18 Maggio. il Cerbero meneghino ritorna con prepotenza sulla scena e ancora una volta lascia il segno, a dispetto della critica, dei detrattori e di tutti quei fan che storcevano il naso rispetto al loro passaggio su major. I cambiamenti li si possono notare ed analizzare, ma la Virgin non ha avuto alcun tipo di influenza in questi, se non a livello di distribuzione e promozione. La prima cosa che balza subito all’orecchio sono i beat (curati come sempre dal bravo Don Joe), diversi rispetto a quelli a cui ci hanno abituato nei lavori precedenti. La ricerca si sposta verso vibrazioni più recenti, che strizzano l’occhio alle sonorità oltreoceano (“M-I Bastard” ne è esempio lampante). I due poeti della strada Jake la Furia e Guè Pequeno sono sempre taglienti come rasoi. Ottimi gli intrecci, ottimo il loro flow. Per quanto riguarda i testi, possiamo dire che girano quasi tutti attorno al concept dell’album, il denaro, il sole nero attorno a cui gira la società. Le parole scorrono veloci e le rime dipingono la vera Milano, quella che sta dietro alla facciata di perbenismo e moralità, quella corrotta e invasa da nouveaux riches, quella dei Club Privè gonfi di prostitute, Vip e cocaina. C’è spazio per la politica ( magnifica la dedica alla Lega Nord di “Spaghetti Western”), per argomenti più soft (“Tornerò Da Re” oppure "Ora Che Ci Penso”), ma anche per momenti più introspettivi (“La Chiave” o “Dolce Paranoia”). Per tirare le somme di quanto detto, “Vile Denaro” rappresenta un buon ritorno, che non ha tradito le aspettative di chi li ha sempre seguiti (ogni riferimento ad altri rapper è tutt’altro che casuale!) ed ha le carte in regola per attirare molti più proseliti per tutto lo stivale. Onore al Dogo!
Gianni

Myspace: www.myspace.com/clubdogo

giovedì, marzo 15, 2007

Buy or Die!!! Gli inviti all'ascolto di Gianni



Bayside: The Walking Wounded (Victory Records/Venus 2007)
Voto: 10


Li avevamo lasciati con le voci rotte dall’emozione e le chitarre “unplugged” poggiate sulle ginocchia. Chitarre che andavano a formare, con i loro malinconici accordi, un disco dal vivo che sprigionava decibel di dolore e pathos. “Acoustic” rappresentava il modo migliore per dire addio all’amico John “Beatz” Holoan (batterista della band tragicamente scomparso in un incidente con il loro tour van), e in un certo senso lasciava aperte le porte ad un eventuale riunione per riprendere il corso della loro breve carriera. Ebbene, il malessere ed il coraggio, nonchè la volontà unita alla rabbia ed alla determinazione, hanno portato il gruppo di Long Island ad un grandioso ritorno. Il disco in questione ha inizialmente spiazzato il sottoscritto, abituato all’ incredibile immediatezza dei loro precedenti lavori. “The Walking Wounded” è un disco raffinato, maturo, poliedrico, ricco di momenti molto intensi. Ce ne si accorge immediatamente ascoltando la opening track, con il suo rock energico che non disdegna di abbracciare sentori folk e si adorna di poderosi guitar solo, come mai non se ne erano sentiti dai nostri beniamini. Se alcune tracce possiedono ancora il marchio di fabbrica Bayside, ovvero quell’attitudine diretta che li ha resi famosi (ascoltare “Dear Your Holiness” e ”Thankfully” per credere), altre prendono sentieri non privi di soluzioni ricercate e sempre coadiuvate dalla giusta carica emozionale (“They’re Not Horses, They’re Unicorns” e la deliziosa “A Rite Of Passage” su tutte). Come sempre il valore aggiunto della band, ça va sans dire, è rappresentato dalla voce ma soprattutto dai testi di Anthony Ranieri. Parole in cui ci si potrebbe ritrovare ognuno di noi, grazie ad una complessa semplicità semantica che accappona la pelle e lascia senza fiato. Non è cosa facile descrivere e mettere su sei corde in poco meno di 45 minuti l’universo problematico di un venticinquenne, la spersonalizzazione delle nostre vite, la dolce crudeltà delle donne di cui ci innamoriamo, la precarietà di un mondo che ci fa vivere sul filo del rasoio (“Carry on, with the guise of a sheep in a storm”), le ebbre notti che ci accarezzano di sogni per qualche ora, le proprie debolezze e la tremenda fatica nel doverle sempre dissimulare (“You could play all day and tell your friends that everything's alright. The truth is that your heart collapsed two years ago tonight”). I Bayside sono uno dei pochi gruppi che riescono a farlo e suonarlo, senza nessuna etichetta e con un sound talmente particolare da fare gola a tutta la schiera di “fake bands” progettate a tavolino, piene nel conto corrente ma vuote nell’anima.
Ad avercene di gruppi così…
Gianni

Myspace: www.myspace.com/bayside

sabato, febbraio 03, 2007

Buy or Die!!! Gli inviti all'ascolto di Gianni



Idlewild: Make Another World (Sanctuary/Edel 2006)
Voto: 8


Sospiro di sollievo. Questa la mia reazione al primo ascolto del cd in esame. Gli Idlewild sono sempre stati una band poco incline alla costanza nel produrre dischi di impatto, e questo lo hanno dimostrato nel precedente e mal riuscito “Warning/Promises”. Per ritornare alla grinta di “100 Broken Windows” e bissare la qualità compositiva di “The Remote Part” (uno dei lavori a mio avviso più rappresentativi dell’indierock made in Uk), quasi si doveva sperare in un miracolo. Ebbene, il “miracolo” è avvenuto, magari sotto la forma di cambio di label, dell’ ingresso di un nuovo bassista o di un più auspicabile rinsavimento artistico. Sta di fatto che “Make Another World” è proprio un buon disco, e si lascia ascoltare piacevolmente dalla prima all’ultima traccia. L’introduzione è affidata alle belle melodie di stampo R.E.M. di “In competition for the worst time” ma il vero momento catchy arriva con “No emotion”, merito di quel charleston ruffiano e paraculo (da sempre bandiera del brit rock) che mette subito voglia di ballare. Si alternano in maniera equilibrata momenti soft (interessante l’inserimento dei fiati in “Future works”) ad altri più decisi e schitarrati (il singolo “If it takes you home” ricorda molto l’energia del primo disco), tutti tenuti in collegamento dall’ottima performance del cantante Roody Woomble. Che altro dire? Gli sforzi fatti dai 5 di Edimburgo per rimediare alle pochezze del disco precedente risultano del tutto apprezzabili alle mie orecchie. Per quanto mi riguarda, si possono considerare assolti da tutti i peccati.
Gianni

Website: www.idlewild.co.uk
Myspace: www.myspace.com/idlewild

sabato, novembre 25, 2006

Buy or Die!!! Gli inviti all'ascolto di Gianni



Dufresne: Atlantic (V2 2006)
Voto: 8

C'è una bellissima sorpresa che balza subito all'orecchio quando si ha tra le mani questo cd per la prima volta e lo si comincia ad ascoltare: Atlantic è un ottimo prodotto, ed è italiano al 100%! Si, avete capito bene. Questa band viene da Vicenza ed è pronta a conquistare proseliti in tutto lo stivale e non solo. Dominik, Zeno, Ciube, Luca ed Ale irrompono in una scena indiscutbilmente sterile (per quanto riguarda screamo core ed affini) e lo fanno con un lavoro ben strutturato, condito da una buona tecnica strumentale e da un giusto mix di aggressività e melodia. Con il supporto alla produzione di David Lenci (One Dimensional Man) e Darian Rundall (Penniwise, Suicidal Tendencies), questo disco presenta tutto quello che ci si può aspettare da un full-lenght di genere. Potenti muri sonori, riff granitici e chitarre stop'n'go, cantato a metà tra lo screamo e il melodico, il tutto tenuto in piedi da un tappeto ritmico nervoso e frenetico quanto basta. Quello che rende i Dufresne ancora più accattivanti sono i testi cantati in italiano (che tanto ricordano le alternanze hard/soft stile Linea77) e l'accompagnamento della tastiera che riempie il sound in maniera impeccabile. Difficile rimanere indifferenti di fronte ai cambi di tempo di “Baba Yaga” o “Fashion Kills Romance”, difficile rimanere fermi quando si hanno nelle orecchie canzoni come "Nexiest Luces" o "Readymade Complaints", come è difficile non restare compiaciuti di fronte ad un gruppo ingegnoso che ha saputo giocare le proprie carte al momento giusto.
Complimenti vivissimi e, almeno per una volta, onore al tricolore!!!
Gianni

Website: www.dufresne.it

martedì, ottobre 31, 2006

Buy or Die!!! Gli inviti all’ascolto di Gianni



My Chemical Romance: The Black Parade (Warner/Reprise 2006)
Voto: 9


Il tema della morte nella musica rock puo' essere tanto ridondante quanto difficilmente trattabile, se non lo si fa con stile e originalita'. Consapevoli dell'enorme responsabilita' sulle spalle dopo il fortunatissimo "Three Cheers For Sweet Revenge", i cinque "ragazzetti" di New Jersey stupiscono ancora una volta critica e pubblico, regalando loro questo gioiello carico di energia e romanticismo nero. Certo, scegliere la strada del concept album e' sempre un notevole rischio. Un rischio che pero' i MYCR hanno deciso di prendersi, dimostrando una maturita' invidiabile se si considera l'esperienza artistica di questa giovane band. E i risultati sono freschi, imprevedibili ed emozionanti: tredici capitoli di una esplosiva opera rock che aumenteranno la lista di estimatori a livelli esponenziali. L'incipit (curiosamente intitolato "The End") e' potente e cupo, mentre la successiva "Dead" fa letteralmente balzare il culo dalla sedia. Il viaggio prosegue senza mai stancare, grazie a piccoli capolavori musicali come "The Sharpest Lives" (che sprizza Cure da tutti i pori) o le amare "I Don't Love You" e "Cancer". Ma quello che piu' sorprende ai primi ascolti e' forse l'inserimento di parti orchestrali che danno un tono di prestigio all'intero disco ("Welcome To The Black Parade" e' semplicemente incredibile), come stupefacente e' la presenza della voce di Liza Minnelli, gentilmente prestata per decorare la teatralita' di "Mama". Non e' pero' solo merito del gruppo se il suono e' cosi' preciso e le melodie ti restano incollate in testa per ore. Gran parte della "colpa" e' infatti da attribuire alla produzione di un certo Mr. Rob Cavallo, da sempre indiscusso Re Mida del melodycore americano (il nome Green Day vi dice qualcosa?!). La classe non e' acqua, e le parole non possono descrivere con adeguatezza la grande lezione di songwriting impartita da Gerard Way e soci. L'unica cosa da fare e' dunque infilare il cd nello stereo, schiacciare play, godersi l'album tutto d'un fiato, e ripetere l'operazione piu' volte.
Bentornati ragazzi!!
Gianni

Website: www.mychemicalromance.com

venerdì, giugno 02, 2006

Buy or Die!!! Gli inviti all’ascolto di Gianni

Potremmo anche dire “Burn or Die”, dato il prezzo esorbitante dei dischi e la tendenza, mia e immagino vostra, a masterizzare qualsiasi miscuglio di note vi troviate tra le mani! Comprate, masterizzate, insomma fate quello che volete. Il mio intento è solo quello di consigliarvi qualche bel disco, perché le sole parole a volte non bastano, possono avere l’essenziale bisogno di essere armonicamente accompagnate. Detto questo, non mi resta che iniziare, proponendovi la mia personalissima recensione dell’ultimo full lenght targato Thursday.
Enjoy and keep on rockin’,
Gianni.



Thursday: A city by The Light Divided (Island/Victoy 2006)
Voto: 8


Certi dischi fanno proprio male. Ti colpiscono duramente, lasciando ferite aperte che difficilmente si rimarginano. L’ultima fatica del sestetto di New Brunswick ne è prova lampante: un lungo e doloroso percorso introspettivo che segna un continuum con il precedente capolavoro “War All The Time”. La guerra, quella che ogni giorno combattiamo nella nostra coscienza, questa volta ha frangenti urbani, ha il suono di lamiere che collidono brutalmente, il colore grigio della metropoli, l’odore di sogni bruciati e il sapore amaro del disincanto. Le luci si spengono e non ci resta che correre inseguiti da un treno avvolto dalle fiamme che viaggia ad alta velocità, per fuggire dalle nostre paure, dalle nostre inquietudini (“Counting 5-4-3-2-1”). Le chitarre, a tratti dolci e dilatate, a tratti nervose quanto la sofferta voce del frontman Geoff Rickly, sono il filo rosso che tiene assieme le undici tracce di questo lavoro, come sempre impreziosito da un tappeto sonoro all’altezza della situazione (ascoltare i loop di “At this velocity” per conferma). Ma il vero punto forte è indubbiamente rappresentato dai testi: le parole sono taglienti e cupe, ci raccontano la vera storia di una generazione quasi rassegnata al suo destino, che ha ben poco in cui credere (“fractured lives dissolving like sugar in the sacrament”), circondata dall’insicurezza fisica ed emotiva, sola ed inascoltata, seppur aggrappata ancora ad un sottile barlume di rivincita su un sistema corrotto e tirannico ( nella splendida “We will overcome” non mancano i riferimenti alla politica estera attuata dall’amministrazione Bush). L’unica pecca la si può individuare nell’uso massiccio di tastiere ed inserti elettronici , a volte ridondanti e sconsiderati, che fa perdere mordente e addolcisce le atmosfere più del dovuto. Detto questo, “A city by the light divided” è un disco curato e piacevole, forse meno diretto e digeribile di “War all the time” (la cui bontà compositiva resta inarrivabile), ma degno di essere ascoltato ed apprezzato in tutte le sue sfaccettature. Un disco con cui sollazzarsi nell’attesa di vederli finalmente suonare in Italia (agli inizi di settembre a Milano al “Rock in Hydro”…concerto imperdibile!), dedicato a tutti gli amanti dell’emo intimista e per nulla sdolcinato, ai “lovesong writers” senza speranze, o più semplicemente a chi vuole godersi quarantasei minuti di buona musica.

Website: www.thursday.net