venerdì, agosto 01, 2008
Potere alla Parola (rubrica a cura del vostro Gianni)
(Davide Toffolo)
Mancano poche lune ormai..e poi finalmente mi illuderò di essere altrove, proverò a stare in un posto dove niente e nessuno mi potrà raggiungere. E sarà un po’ come sognare, ma sono solo sogni stupidi, un po’ infantili, perché presumono una ricerca di affezione del proprio ego che ormai, a quest’età, è difficile riacciuffare con queste manone pelose ed insicure. Forse sono arrivato alla famosa “fase 3”, o meglio la fase: “sto diventando grande e sto andando dritto fino al mattino, ma cazzo non ho svoltato alla seconda stella a destra!”. La fase in cui ti rendi conto che, tutto d’un botto, infanzia ed adolescenza si sono sbriciolate in cielo come una supernova all’ultimo ciclo..e rimangono solo piccole tessere di un puzzle dal livello di difficoltà super very hard, ma non sai dove iniziare. L’ichspaltung è all’apice della sua intensità. Sono vittima e carnefice dei miei dubbi. Non c’è amnistia che mi salvi, ora tocca difendermi da solo, perché non c’è un solo avvocato pronto a prendersi questa pesantissima responsabilità sul groppone. Vorrei tanto essere un animale solitario, che esplora il mondo e non ha tempo di riflettere su se stesso. Che trova sulla strada i suoi fantasmi e li affronta, per necessità, per istinto, per mettere un sudato timbro ad ogni giorno che passa..dove nulla è scontato, dove nulla è fermo. Dove niente è dovuto. Un continuo divenire per beffare la noia di una gabbia, per liberarsi dalle barriere dei preconcetti. Per spezzare le catene dell’ottusa normalità. Individuare la preda dei tuoi desideri più proibiti, censurare l’inedia di volontà e, con un balzo da felino, agguantare e catturare ciò che più di tutto si vuole avere. Cancellare i rimorsi col solvente della coscienza informata. Abbattere tutti i fili spinati, scavalcare i recinti ed arrivare ad un dunque, per poi rimetterlo in discussione. Ogni arrivo, si dice, rappresenta un altro punto di partenza. Proprio per questo non ci si deve guardare indietro. Non lo si dovrebbe fare, ma ho la netta convinzione che quello che veramente volevo me lo sia lasciato alle spalle, svanito tra la polvere del mio sentiero sterrato. E a volte ritorna. Oggi ritorna. Un ricordo vivo come carne, che salta fuori tra le pagine di una rivista, tra gli html di un sito. Tra quelle tavole magnifiche, visionarie ed enigmatiche, proprio come il carattere di chi le ha create.
Certe rimembranze sono imprevedibili. La loro essenza non la riesci a contenere, è troppo libera per essere compresa. E fanno un male boia. Più di un’esplosione atomica..perché ti contagia..e le neurotossine agrodolci ti rimangono dentro, troppo a lungo.
Mea culpa, non sono così forte da riuscire a togliermele di dosso.
Posso solo viaggiare, col vento fresco che mi spettina i pensieri..per annusare altra vita, esplorare l’inesplorato, assaggiare il caso. Cercare un’effimera ed esile catarsi.
Gianni
Il Viaggio
Si possono percorrere milioni di chilometri in una sola vita
senza mai scalfire la superficie dei luoghi
nè imparare nulla dalle genti appena sfiorate.
Il senso del viaggio sta nel fermarsi ad ascoltare
chiunque abbia una storia da raccontare.
Camminando si apprende la vita
camminando si conoscono le cose
camminando si sanano le ferite del giorno prima.
Cammina guardando una stella
ascoltando una voce
seguendo le orme di altri passi.
Cammina cercando la vita
curando le ferite lasciate dai dolori.
Niente può cancellare il ricordo del cammino percorso.
(Ruben Blades)
mercoledì, gennaio 02, 2008
Potere alla Parola (rubrica a cura del vostro Gianni)
You were five foot ten inches tall
It was very nice
Candlelight and dubonnet on ice”
(Lou Reed)
Ritornare alla solita realtà è un pò come riprendersi da una sbronza colossale, una sbronza da cui mai avresti voluto rinsavire. La magia di una città la si scopre solo vivendola da cittadino, ma sono convinto che vederla da turista mi abbia permesso di cogliere quello che i berlinesi non vedono, o non vogliono più vedere. Avere visitato una città che trasuda recenti memorie è uno shock che forse non si può descrivere con le parole. E così ti capita di camminare tra le strade di Friedrichsain e vedere una moltitudine di parchetti con i giochi per bambini, sorti dove un tempo sorgevano case e vivevano famiglie, realizzati per riempire il vuoto e la devastazione che le bombe hanno lasciato poco più di sessant’anni fa. Ma l’altra faccia della medaglia è cupa e fredda, gelida e tremendamente silenziosa. La torre dell’olocausto fa l’effetto di una lama piantata nel petto, ma non quanto l’installazione “Shalechet”, che ti invita a camminare piano e sentire le urla metalliche di migliaia di volti spaventati, trucidati nel nome di un popolo “eletto”, governato dall’odio, nell’assurda idea di una razza perfetta. E quando tutto sembra ritornare alla ragione dopo anni di illogico dolore, viene eretto un muro a dividere ancora gli animi, quasi quattro metri di vergogna che riportano l’irrazionalità delle ideologie. Quello che resta del muro sono dei settori poco estesi, o delle cornici da museo, dei pezzi di storia posti in vetrina nei centri commerciali. Un semplice tentativo, a quanto pare ben riuscito, per esorcizzare la bruttura di una città che è stata divisa per ventotto anni. Ora Berlino sembra unita più che mai, è un melting pot di culture diverse. L’integrazione turca nel bellissimo quartiere di Kreuzberg ne è la cartina al tornasole. Ogni suo block nasconde piacevoli sorprese, tutte da scoprire e assaporare. Berlino è il genio archittettonico concentrato nei suoi punti avanguardistici, un mix paradossale di vecchio e nuovo che lascia a bocca aperta. Berlino è la simpatia e la tenerezza di Knut, un cucciolone bianco panna che qui ha trovato dimora e amore. Berlino è la città dei prodotti biologici, attenta alla salute come al rispetto per l’ambiente. Berlino è un enorme orso con un grande cuore, un organo pulsante circondato dalle tante vene gonfie delle sue metropolitane. Berlino è una città folle, una città che non vuole riposarsi nemmeno per un secondo. L’energia la senti anche nell’aria fredda di dicembre. La notte sembra non aver significato se non termina alle dieci della mattina dopo, in barba ai lumi diurni che ne cancellano le ombre. Berlino è la carica esplosiva del Watergate e delle sue serate drum n bass, dove i bpm impazziti agitano persino le tranquille sponde del fiume Sprea. E’ l’ambiente familiare e di nicchia del 103, la curiosità di osservare i suoi strani frequentatori. E’ una capitale che ti permette di girare in metrò alle 7 di mattina da club a club in cerca di un fantomatico afterhour, in compagnia di due deliziose e simpatiche fanciulle romane. Berlino è una pils ghiacciata bevuta a litri con gli amici. Berlino è alternativa e trasgressiva, senza volerlo essere di proposito. E’ l’arte ribelle e anticonformista del Tacheles, racchiusa tra le mura di questo squat immenso, con il suo terrazzo dal belvedere mozzafiato. Berlino è il suo capodanno, una guerra in piena regola scatenata ai piedi della porta di Brandeburgo. Una guerra in cui anche le forze dell’ordine giocano a fare disordine. E’ una città ricca di bellezza, e le sue abitanti che la fanno brillare ne sono parte fondamentale. Berlino è il cumulo di vibrazioni dancehall e sapori di ganja dello Yaam, dove è possibile vedere grandi falò sulla spiaggia anche il primo giorno di gennaio. Berlino è una città da vivere senza remore, senza le stupide angosce di chi non vuole prendere la vita per le redini e cavalcarla al galoppo, di chi non vuole spremere il meglio da ogni singola frazione di secondo di questa troppo breve esistenza. E’ una città da prendere così, perché è solo in questo modo che va gustata. Aspettando le chiare luci dell’alba, che portano con sé i primi fiocchi di neve.
Gianni
Berlin VIII
Sul vasto crinale si staglia una ciminiera
in un giorno d'inverno, e regge il suo peso,
il cielo mentre si fa nero.
Come un gradino d'oro, l'orizzonte splende.
Più lontano alberi cui cadono foglie, e qualche casa,
recinti, capannoni, dove la Metropoli dilegua,
e un treno lungo che mugghia mentre va
sparendo sui binari ghiacciati.
Scuro, pietra su pietra, sorge un cimitero,
e i morti dalle fosse vi contemplano
il tramonto, che sa di vino buio.
Seduti contro la parete si tessono
cappelli di fuliggine sulle tempie ossute
e cantano una vecchia Marsigliese.
(Georg Heym)
giovedì, dicembre 13, 2007
Potere alla Parola (rubrica a cura del vostro Gianni)
le luci nel buio, di case intraviste da un treno.
Siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa, e il cuore di simboli pieno.”
(Francesco Guccini)
Sono le 12:45 quando le gambe indolenzite del sottoscritto toccano il suolo della Caput Mundi. Ogni volta che ritorno in questa città eterna sento un piccolo brivido partire dai lombi e fare gradualmente free climbing lungo la cervicale. Perché qui ho vissuto i miei primi tre anni di vita. Perché anch’io sono stato un pò allattato dalla lupa. Perché i pochi ma profondi ricordi del mio incipit di adolescenza sono ambientati qui, e li custodisco tutti con cupida gelosia. Mentre cammino con Roberto, mentre consumo un pasto frugale, mentre mi accingo a prendere il taxi destinazione riunione in zona Eur, sono invaso da riflessioni e pensieri dubbiosi. La causa è una e una sola, ovvero la lettura cannibalesca dell’ultima fatica di Fabio Volo aka il guru inconsapevole delle mie sempiterne pare esistenziali. Venderei l’anima anche solo per un briciolo della sua freschezza narrativa, della sua capacità di parlarti come se conoscesse le giuste leve della tua emotività. Roma odora di primavera il dodici dicembre. E’ incredibile come uno sciopero aggressivo talvolta regali la dolcezza di strade libere dal traffico. E puoi ascoltare, se tendi l’orecchio agli antichi monumenti che ti sfrecciano davanti, il rumore maestoso di ciò che essi furono un tempo. Puoi osservare la pesante eredità di una gloriosa civiltà, se rivolgi gli occhi agli sguardi dei passanti, al loro rapido camminare che solca grandi piazze e costeggia lunghe file di cipressi. La riunione ha il sapore di cordialità ed il profumo di caffè. Breve ma molto intensa. Professionalmente appassionata. Oggi il tempo pare avere un’apertura alare di sei metri e vola veloce come il taxi che, noncurante della scarsità di carburante, mi rifionda dritto alla stazione Termini. L’aipod mi ubriaca con la voce di Tom Waits, mi prende per mano e mi guida dalla metropolitana verso piazza Bologna. In mezzo alla gente, ci sono solo il vento e Arianna che mi attendono. Seduti davanti a un piccolo bar, mentre inietto l’ennesima dose di caffeina al cervelletto, Arianna mi parla della sua vita universitaria e non. E’ una ragazza molto bella e seducente, e credo sia in gran parte consapevole del fascino magnetico che esercita sugli uomini. Mi confida delle sue piccole ansie “accademiche”, e nelle sue perifrasi rivedo il Nicolò di un lustro addietro. Mi accenna alle sue “eresie” sentimentali, e in lei quasi vedo il Nicolò di adesso. Mi racconta dei suoi studi di filosofia, mentre si arrotola una sigaretta e giochicchia con l’anello che decora il suo labbro inferiore. Si discute del Messico e si passeggia sottoterra. Bei ricordi spuntano nel cranio come i funghi a San Josè dopo l’acquazzone. Resta il tempo di un veloce saluto allo stridere delle ruote d’acciaio sui binari del metrò, ed eccomi salire nel buio su di un altro vagone, a sporcare d’inchiostro un cumulo di pagine bianche. Poco più di trenta minuti consumati con piacere. Lasso di tempo che mesi addietro ero solito maledire, ma che ora torno ad apprezzare. Mi fa se non altro capire che certe complicità si possono ancora coltivare, nonostante il destino sia un serial killer, che uccide sempre senza un movente. Nonostante le nostre diversità. Nonostante le distanze, la vita e le sue molteplici incombenze.
Gianni
Roma
Roma, ne l'aer tuo lancio l'anima altera volante:
accogli, o Roma, e avvolgi l'anima mia di luce.
Non curïoso a te de le cose piccole io vengo:
chi le farfalle cerca sotto l'arco di Tito?
Che importa a me se l'irto spettral vinattier di Stradella
mesce in Montecitorio celie allobroghe e ambagi?
e se il lungi operoso tessitor di Biella s'impiglia,
ragno attirante in vano, dentro le reti sue?
Cingimi, o Roma, d'azzurro, di sole m'illumina, o Roma:
raggia divino il sole pe' larghi azzurri tuoi.
Ei benedice al fosco Vaticano, al bel Quirinale,
al vecchio Capitolio santo fra le ruine;
e tu da i sette colli protendi, o Roma, le braccia
a l'amor che diffuso splende per l'aure chete.
Oh talamo grande, solitudini de la Campagna!
e tu Soratte grigio, testimone in eterno!
Monti d'Alba, cantate sorridenti l'epitalamio;
Tuscolo verde, canta; canta, irrigua Tivoli;
mentr'io da 'l Gianicolo ammiro l'imagin de l'urbe,
nave immensa lanciata vèr' l'impero del mondo.
O nave che attingi con la poppa l'alto infinito,
varca a' misterïosi liti l'anima mia.
Ne' crepuscoli a sera di gemmeo candore fulgenti
tranquillamente lunghi su la Flaminia via,
l'ora suprema calando con tacita ala mi sfiori
la fronte, e ignoto io passi ne la serena pace;
passi a i concilii de l'ombre, rivegga li spiriti magni
de i padri conversanti lungh'esso il fiume sacro.
(Giosuè Carducci)
lunedì, settembre 03, 2007
Potere alla Parola (rubrica a cura del vostro Gianni)
“And I look so strong, when the weight of all the world don’t take its toll…”
(Bayside)
Casa amara casa. Era da tanto che non scrutavo dall’alto, con fare voyeuristico, il brulicare di esseri antropomorfi che pestano freneticamente l’asfalto tra via Ravizza e via Sanzio. Fuchi e operaie nel chiassoso viavai delle loro piccole celle. La nostalgia di casa è stata frenata da tutti quegli odori, i passi prestabiliti, tutti quegli oggetti che sono di nuovo passati tra le mie bramose mani. Ritorno e mi trovo con due bagni nuovi, ma per il resto niente è cambiato. Ho un disperato bisogno di essere coccolato, pertanto riempio il calice vuoto dell’affezione con il mio amato felino. Camilla sa sempre prendermi per il verso giusto. In questi giorni passeggio per distrarmi, come non ho fatto mai. La città del male erutta tentazioni sotto forma di inutili spese di futili rivestimenti corporei, ed io mi faccio tentare senza opporre alcun tipo di resistenza manco fossi uno strafottente Oscar Wilde. Ho una certa svogliatezza, dettata da delle vacanze che non sono state tutte fatte come si deve. Avessi staccato il cervello per una ventina di lune in più forse mi sarei goduto appieno questi attimi di festa, invece che incollarmi ad una sedia provando a fare tutto, ma senza fare (praticamente) un beneamato cazzo. Al ritorno dalla penisola iberica ho affrontato giorni vuoti come il dentro di una conchiglia, che emette un rumore di mare nostalgico e contundente. Svariate notti ho pregato affinché quel fastidioso tsunami la smettesse di infrangersi sulle mie pareti occipitali. Svariate notti ho pregato invano, svegliandomi coperto di accidia e indolenza. Svariati giorni ho provato a raccogliere idee e volontà. Ho raccolto soltanto poche rime. Ho ingabbiato nell’inchiostro pezzi di sogni che volevano scapparmi dalla testa. Li ho fermati mentre mi sgusciavano tra le dita, ma questo poco ha a che vedere con la prosa accademica e mi toccherà ricominciare tutto da capo. La forza di staccarsi da questa Gotham City dalle guglie fredde e grigie mi porterà ad uno slancio virulento di volontà e rappresentazione, o almeno ci spero. Per ora mi accontento di chiudere le porte all’estate, e lo faccio, come di consueto, aiutato dalle note calde sputate da grappoli di woofer, vibrate nell’aria di feste (quasi) democratiche. Sia il grido rabbioso di tre ministri che non sono puliti (e che suonano per non lavorare mai), siano le escursioni “mars-voltiane” di quei bravi ragazzi genovesi che con coraggio da leoni rifiutano il passato, sia il manto di seta o cartavetro, di poesia, di bacini e rock ‘n roll con cui El Tofo sapientemente sa avvolgerti; siano questi lirici postmoderni il faro guida nel mio piccolo cinema onirico. Abbiano questi suoni e queste parole il compito di farmi affogare nella fantasia. Ad occhi sbarrati, in direzione del palco. Per un pugno di ore. Perché la vita non è cattiva, è cattivissima, ma non l’abbiamo inventata noi. Chi l’ha inventata ci ha però concesso una via di fuga, seppur effimera e inconsistente come il fumo di una sigaretta. Ci ha permesso di staccarci da terra con l’apparato cerebrale, ma anche di aggrapparci ben stretti ai ricordi. Ci ha dato la capacità di gridare parole e paure al cielo d’agosto, graffiato da miriadi di comete. Possiamo ascoltare lo scirocco che soffia forte, illuminato dai raggi lunari, e che aspetta l’alba come un ubriacone aspetta l’apertura dei primi bar. Possiamo autoinfliggerci una crudele damnatio memoriae per non aver giovato delle ruvide carezze della sabbia che scorreva inesorabile, erosa perché il tempo tutto erode, tutto leviga, tutto cambia. Possiamo godere della pioggia quando tutto ritorna come prima, o quasi. Quando queste piccole goccie di rugiada ti penetrano dritto nel cuore, provocano un lancinante dolore, e non sai nemmeno il perché. Oppure lo sai, ma lo vuoi occultare, nel brusio del temporale, ma non ci riesci, e le risposte fanno ancora più male…
Gianni
Il pleure dans mon coeur
Comme il pleut sur la ville,
Quelle est cette langueur
Qui pénètre mon coeur?
O bruit doux de la pluie
Par terre et sur les toits!
Pour un coeur qui s'ennuie
O le chant de la pluie!
Il pleure sans raison
Dans ce coeur qui s'écoeure.
Quoi! nulle trahison?
Ce deuil est sans raison.
C'est bien la pire peine
De ne savoir pourquoi,
Sans amour et sans haine,
Mon coeur a tant de peine!
(Arthur Rimbaud)
lunedì, luglio 09, 2007
Potere alla Parola (rubrica a cura del vostro Gianni)
(Lit)
Sono a casa, ma purtroppo non è casa mia. Le macerie stanno ancora occludendo la via a quel piccolo pancino di cemento che mi fa da incubatrice da ventidue anni circa, e non vedo l’ora di ritornare a riempire quella stanza di odori, musica, noia e rabbia. Dormo su un divano. Alloggio in un loculo che non è (e non sento) mio. Non sono in vacanza, ma è come se lo fossi, dato che non mi sto sbattendo a sufficienza riguardo i miei impegni, riguardo ai patti che feci con me stesso, ovviamente e come al solito mai mantenuti. Mi si taccia di infelicità, la mia genitrice in primis. Va bene, mi ha creato lei. Non per questo però deve aver la presunzione di conoscere ogni cosa della mia vita. Ma soprattutto…cosa cazzo ne sa lei della mia infelicità? E della mia felicità, ne vogliamo parlare? Milioni di cervelli per migliaia di anni hanno provato a darne spiegazioni, e ad un tratto, mater in fabula, arriva lei e mi concettualizza gli stati d’umore, teorizza il mio spleen e millanta antidoti per il veleno che da mesi mi infetta il corpo e l’anima. Non posso darle ragione, ma nemmeno darle torto. In fondo neppure io mi conosco così bene. Neanche il sottoscritto riesce a trovare uno straccio di spiegazione alla sua condizione. E mi stupirebbe alquanto il fatto che potessi riuscire a farlo un giorno. Torno con la mente nel lontano anno duemila, e vedo una discussione sulla felicità con il mio allora professore di filosofia aka Michele Diegoli. Quelle battute scambiate con appassionata vis verbale in orario extrascolastico mi si sono tatuate sui recettori neuronali, e le porterò orgogliosamente con me fino all’ultimo bip sull’ encefalogramma. Ricordo gli spunti buonisti di Seneca, ricordo gli aforismi da orgasmo pseudo-luterano di Russel. Ricordo quella gran frase di Albert Einstein, ancora vivida nella mia mente (“Se vuoi una vita felice, devi dedicarla a un obiettivo, non a delle persone o a delle cose”). Ricordo il cinismo di Schopenhauer, che diceva tramite la bocca di Mike: “La sola felicità è quella di non nascere”. Il mio precettore era, da buon cristiano cultore della vita, di visione diametralmente opposta. Io invece mi trovavo più d’accordo con il buon Arthur. E lo sono ancora adesso. Perché in fondo la felicità terrena equivale a (troppo) pochi attimi della nostra esistenza. La felicità spirituale extraterrena forse è una beffa colossale (ma questo lo scopriremo solo chiudendo gli occhi per sempre). Perché in fondo “la felicità ti sfiora appena, e poi se ne va” aka Gianluca Grignani non è poi così stupido come sembra. La felicità di ognuno di noi si realizza e si consolida sulla infelicità di altre persone aka Turgenev batte Seneca cinque a zero. La mia felicità non potrà mai soprassedere la mia tremenda inettitudine aka Nicolò Cascinu batte Zeno Cosini cinque a zero (ma ai tempi supplementari). I molti “boh” e i troppi “non lo so” scandiscono le mie giornate come tanti sassolini che scendono vorticosamente lungo una clessidra di alabastro dannatamente piccola. Una bottiglia di Malvasia di discreta annata giace vuota accanto al mio laptop, in quanto stasera si è gentilmente offerta a divenire vittima sacrificale della mia avidità. Forse mi aiuterà ad allontanare la malsana voglia di vedere programmi o film inutili alla televisione. Forse mi servirà da lucchetto per chiudere le porte ai demoni che mi fanno visita durante la notte. Oggi uno stupido e impossibile messaggio sul MioSpazio mi ha reso felice per un decimo di secondo. Magari è proprio questo il segreto della felicità costante, essere totalmente ingenui e credere nell’impossibile, come da piccoli si crede alle favole. Il fatto è che sono cresciuto troppo velocemente. Il mio Babbo Natale è diventato un vecchiaccio annoiato. La mia principessa è stata divorata viva dal drago, ed io sono rimasto un rospo cinico e troppo spesso ignorato. Sembrerà banale, ma le uniche cose in cui credo ora sono le cozzaglie di sillabe, vocali e consonanti proposte dai miei piccoli eroi in carne ed ossa. E’ in loro che bramo la mia salvezza. E’ in loro che ritrovo la condizione mia e di molti altri. Ci trovo umanità, pregio che difficilmente si trova in giro ultimamente. Ad esempio, un canuto cantautore con la erre moscia ed il vizio dell’alcol può essere molto più affascinante di una Bella (ma) Addormentata nel Bosco, non trovate?
Gianni
Canzone Quasi D’Amore
Non starò più a cercare parole che non trovo
per dirti cose vecchie con il vestito nuovo,
per raccontarti il vuoto che, al solito, ho di dentro
e partorire il topo vivendo sui ricordi, giocando coi miei giorni, col tempo...
O forse vuoi che dica che ho i capelli più corti
o che per le mie navi son quasi chiusi i porti;
io parlo sempre tanto, ma non ho ancora fedi,
non voglio menar vanto di me o della mia vita costretta come dita dei piedi...
Queste cose le sai perchè siam tutti uguali
e moriamo ogni giorno dei medesimi mali,
perchè siam tutti soli ed è nostro destino
tentare goffi voli d' azione o di parola,
volando come vola il tacchino...
Non posso farci niente e tu puoi fare meno,
sono vecchio d' orgoglio, mi commuove il tuo seno
e di questa parola io quasi mi vergogno,
ma c'è una vita sola, non ne sprechiamo niente in tributi alla gente o al sogno...
Le sere sono uguali, ma ogni sera è diversa
e quasi non ti accorgi dell' energia dispersa
a ricercare i visi che ti han dimenticato
vestendo abiti lisi, buoni ad ogni evenienza, inseguendo la scienza o il peccato...
Tutto questo lo sai e sai dove comincia
la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia
perchè siam tutti uguali, siamo cattivi e buoni
e abbiam gli stessi mali, siamo vigliacchi e fieri,
saggi, falsi, sinceri... coglioni!
Ma dove te ne andrai? Ma dove sei già andata?
Ti dono, se vorrai, questa noia già usata:
tienila in mia memoria, ma non è un capitale,
ti accorgerai da sola, nemmeno dopo tanto, che la noia di un altro non vale...
D' altra parte, lo vedi, scrivo ancora canzoni
e pago la mia casa, pago le mie illusioni,
fingo d' aver capito che vivere è incontrarsi,
aver sonno, appetito, far dei figli, mangiare,
bere, leggere, amare... grattarsi!
(Francesco Guccini)
martedì, giugno 05, 2007
Potere alla Parola (rubrica a cura del vostro Gianni)
(Billy Corgan)
Sono tornato da poco dalla festosa Germania e mi servirebbero cent’anni di riposo, per poter recuperare tutte le energie spese. Di stelle ne abbiamo viste molte in questi giorni. Quelle che stanno in cielo, quelle che stanno su di un palco e per i fans hanno più autorità di qualsiasi primo ministro del pianeta, quelle che ho visto brillare negli occhi emozionati di persone come me, che si perdono nelle strofe dei loro eroi, e ne fanno preziosi focolai di riflessioni e pensieri. Ho scoperto che partecipare ad un festival di questa portata richiede molta più preparazione di quella che si pensa di avere all’inizio. Preparazione “spirituale”, non solo fisica. Bisogna saper vivere ogni singolo secondo ed assorbire tutta questa energia come una spugna, per non lasciarla più andare, per poterla portare tutta a casa. Ho notato che i miei soci di viaggio si sono rivelati i migliori soci di viaggio che io potessi avere, ma su questo avevo veramente pochi dubbi a riguardo. Ho capito che il popolo tedesco si può meritare l’oscar per il miglior devasto organizzato sulla faccia della terra. E questo popolo ama la musica, lo vedi dalle mille bocche che si aprono all’inizio di ogni ritornello, lo vedi dalle quasi centomila persone accorse in questo grande parco. 3 giorni sono tanti, troppi e troppo intensi per poterli descrivere tutti, e sinceramente ci sono momenti che in parte preferisco rimangano solo nel mio teschio e nel mio cuore. Ho piccoli frammenti però che vorrei dividere e condividere, piccoli scatti del primissimo giorno, il più intenso.
Gianni
Stelle
La gente di solito
per vedere le stelle
per vederle brillare
fa molta strada
si accampa dove può restare
vada come vada
il resto non è importante
perché se guardi le stelle
di forma piccola o gigante
le senti sulla pelle
che sian piccole o sian grosse
ti senti come loro
supernova e nane rosse
o come il sole fatto d’oro
trovi in esse la tua guida
e vivi nelle loro parole
ti prepari ad ogni sfida
prendi i soci della vita
i compagni di avventura
se la strada tua è in salita
loro tolgon la paura
ci si mette in riva al lago
si preparano le tende
scendon lacrime dal cielo
ma il coraggio non si perde
ci si avvia nel firmamento
tra la pioggia e la fanghiglia
poi si coglie in un momento
tra stupore e meraviglia
la bellezza delle note
vie che mai saranno vuote
quanta gente attorno e poi
quante stelle innanzi a noi
sono belle come dei
quanta gioia nel viavai
tante teste senza guai
che rifuggono la morte
grazie a un manico e sei corde
e le gocce vengon rotte
abbracciate dalla notte
si ritorna nelle tane
con il canto delle rane
ci si stanca nel cammino
chiudo gli occhi
è già mattino
con i segni sulla pelle
di una notte tra le stelle
(Nicolò Cascinu)
mercoledì, maggio 02, 2007
Potere alla Parola (rubrica a cura del vostro Gianni)
“Nessuno mi pettina bene come il vento”
(Alda Merini)
Sono tutti pronti. Come ogni anno, si ripete il rituale di gioia e di protesta che invade il centro di Gotham City. Le note vibrano potenti dai muri di casse che si stagliano sopra i camion e i furgoni. Vengono distribuiti flyer. Politicamente appassionati e non. Un grido si alza e investe tutta la folla: “MAY DAY, MAY DAY!”. Signore e signori, che si dia inizio alle danze. Le danze di chi ogni giorno balla, ma su di un filo di seta. Un equilibrio precario, voluto da un sistema che esige repentina flessibilità da una società che non è pronta a soddisfarne le richieste. E le persone che sono venute qui lo sanno bene. Una miriade di eterni stagisti, insegnanti, collaboratori “a progetto”, studenti preoccupati del loro futuro e così via. Questa è la nuova orda d’oro, la massa critica che raramente viene ascoltata. Ma oggi è un giorno diverso. Oggi si fanno sentire, non importa con che slogan o con quale musica. Vedo accanto all’impegno un divertimento senza freni. Mi stacco dal gruppo di amici incontrati all’inizio e abbandono la techno-trance. Mi abbandono ai mille volti sorridenti che incrocio per la strada, accompagnato solo da una birra ghiacciata. Sto camminando da solo ma è come se non lo fossi. Il vento si insinua nei capelli e nelle fenditure della camicia, dando sollievo a tratti. Il senso di comunità che pervade il mio corpo è un sentimento che raramente mi capita di provare, e oggi ne ho piene le vene. Sono parte della grossa arteria pulsante che scorre verso il Duomo. Anello di una enorme catena di solidarietà. Magnifico il carro dello Spazio Petardo, magnifica la loro oriunda canzone dedicata alla nostra Madunina. Non ho portato la macchina fotografica, ma con gli occhi sto scattando ricordi di altissima qualità. E’ bello ogni tanto incontrare Bref. Le poche volte che ci sono uscito assieme, mi sono sempre sentito a mio agio. E’ bello raccontarsi della propria vita a vicenda. Dei miei continui lassismi, del suo continuo cercare. Di Berlino, e della vita in Tedeschia. E’ bello sapere con sorpresa che suo fratello minore proprio questo giorno suona in un gruppo che volevo sentire dal vivo. Guardo i musicisti che si alternano sull’improvvisato palco e sento un leggero senso di invidia. Guardo con sorpresa la persona che è fatta della stessa sostanza di cui sono fatti i miei sogni. E’ bello notare che il mondo è piccolo, ma accorgersi che lo è troppo non è affatto rassicurante. Sembra che io debba sempre fare i conti con il mio tormento, fare i conti con me stesso. Perché le frasi che si pronunciano devono essere sempre frasi di circostanza? Perché non ci si riesce una volta, ad aprirsi un pochino? Mi intimorisce quando non ho risposte pronte. O quando non voglio proprio accettarle. Quando la quantità di domande vela con un drappo di velluto scuro la realtà dei fatti, proprio come la notte stende il suo manto su piazza Cairoli. Cammino verso casa, uso i piedi per non rompere la magia della giornata. Una bellissima giornata. Lupus in fabula, la modalità shuffle del mio aipod mi invita ad ascoltare la voce di Chris Martin, come volesse farmi impersonare nelle parole di quella canzone, farmi riflettere ancora un pò. O forse è solamente suggestione. Chi lo può mai sapere…
Gianni
Shiver
So I look in your direction,
But you pay me no attention, do you?
I know you don't listen to me,
'Cause you say you see straight through me, don't you?
But on and on, from the moment I wake,
'Till the moment I sleep,
I'll be there by your side,
Just you try and stop me.
I'll be waiting in line,
Just to see if you care.
Did you want me to change?
Well I changed for good.
And I want you to know,
That you'll always get your way.
I wanted to say...
Don't you shiver,
Shiver,
Sing it loud and clear,
I'll always be waiting for you.
So you know how much I need 'ya,
But you never even see me, do you?
And is this my final chance of getting you?
But on and on, from the moment I wake,
'Till the moment I sleep,
I'll be there by your side,
Just you try and stop me.
I'll be waiting in line,
Just to see if you care.
Did you want me to change?
Well I changed for good.
And I want you to know,
That you'll always get your way.
I wanted to say...
Don't you shiver,
Don't you shiver,
Sing it loud and clear,
I'll always be waiting for you.
Yeah I'll always be waiting for you,
Yeah I'll always be waiting for you,
Yeah I'll always be waiting for you,
For you,
I will always be waiting.
And it's you I see,
But you don't see me.
And it's you I hear,
So loud and so clear.
I sing it loud and clear.
And I'll always be waiting for you.
So I look in your direction,
But you pay me no attention.
And you know how much I need you,
But you never even see me.
(Coldplay)
domenica, aprile 15, 2007
Potere alla Parola...In Libertà! (sempre a cura del vostro Gianni)
(Mick Jagger, Keith Richards)
Ci risiamo- un'altra volta- la- primavera- bussa- alla mia porta- il freddo siderale- non esiste più- mentre- raccolgo energie- e medicine- per non patire- i malanni delle- cose nell’aria- ma la stagione è così- take it- or leave it- frastornato- respiro- a fatica- fazzoletto in mano- cammino- e faccio- girotondi di quartieri- per dare- senso- alla- lunghezza- della sera- alla- lancetta- che corre in- slow motion- proprio- come la- mia voglia- di affrontarmi- la mia non voglia- di moderarmi- mi avvolge- nei piaceri effimeri- intrugli liquorosi- che scaldano- la gola- assieme a ghiaccio- e coca cola- il tabacco- si colora- di verde- quel verde- che fu caro- a Re Salomone- e mentre- si forma la foschia- dando- qualche boccata- la pupilla- si dilata- e si aprono- le porte- della falsa illuminazione- la distorta- percezione- rende la mente- un labirinto- ma Dedalo- sembra non aver- progettato l’uscita- costringendomi- a vagare- divagare- errare ramingo- troppo a lungo- e cercare- nel buio- una piccola fiaccola- ma- la vita è breve- soprattutto- a Milano- e ci induce- a brusche virate- nel traffico- per portar la prua- nei mille luoghi- di nightlife- per farsi trovare- sempre- in movimento- uno statico dinamismo- del momento- che mette i brividi- ci circondiamo- di persone- procacciamo relazioni- per nascondere- il fatto che- in realtà- siamo tutti- molto soli- e non ci resta altro- per- curare- questo male- che ridere- e scherzare- bere- e dimenticare- baciare- ma senza amore- perché- il male d’amore- non è- male di miele- e le ferite d’amore- si curano- con limone e sale- ci fanno- soffrire- ci fanno dannare- ne si sa abbastanza- in merito- alla questione- e quanto darei- per gestire meglio- questi giorni- passati- a maledire- la mia timidezza- a fantasticare con dolcezza- su di un nome- a tendere l’orecchio- per carpire- quelle parole- a cercare l’ebano- di quei capelli- in ogni donna- senza neppure volerlo- diventi- il mio supplizio- la mia Waterloo- senza armistizio- ormai le conosci- quelle mie- occhiate clandestine- e perdonami- se quel che faccio- è imprigionarti in poche rime- poiché non libero il mio coraggio- ti contengo- in qualche strofa- come tu- contieni me- in questa- onirica cella- e mi costringi- a viverti- in quelle mezz’ore- solo trenta minuti- e il resto- ormai- non conta più
Gianni
30 MINUTES
There are times that I should try
To roll the dice and play with fate
Pretend this guy is not bled dry
And move the pawns before’s too late
These are times I face the willow
The hidden truth beneath my screams
That twists my head around the pillow
And slips into my inner dreams
30 drinks sipped on the moon
30 cigs burnt through the noon
30 minutes left to see you
Like there’s nothing else to do
All by my side, can’t stem your tide
I’m open wide, but wanna hide
I freeze my mind, to leave me be
But I won’t find what’s wrong with me
30 tears dropped in my beer
30 bendings set to steer
30 minutes left to love you
Like there’s nothing more to do
(Nicolò Cascinu)
domenica, marzo 18, 2007
Potere alla Parola (rubrica a cura del vostro Gianni)
“Misteri ha l'amore e il primo invaghimento non è certo il minore”.
(Sören Kierkegaard)
Mi sono sempre chiesto da dove possa provenire questa forte indole masochista che per tutti questi anni è stata la notevole sfumatura del mio modo di essere. Enigma della sfinge posto da sempre e mai risolto. Guardo le persone che mi hanno generato, e le trovo diametralmente opposte a me. I miei compagni di vita, alcuni tra l’altro nati sotto lo stesso segno del Cancro, non tendono a farsi così male come il sottoscritto. Non sono una donna, ma paradossalmente ho nel DNA la loro incredibile capacità di farsi problemi e complicarsi la vita con uno schiocco di dita. Questo mi succede spesso nelle banali situazioni quotidiane, nel mio iter educativo ancora in corso, ma soprattutto nelle relazioni interpersonali. Parafrasando le parole di una mia amica, soffro ancora di quella strana malattia che si potrebbe definire “sindrome da pulmino della gara di sci”. Se avete mai preso lezioni di sci nella vita, avrete sicuramente notato il classico bambino dal broncio chilometrico, con il moccio al naso e le lacrime in tasca, che si lamenta ed infine rifiuta di salire sull’autobus carico di pischellini e diretto alla famigerata “gara di fine corso”. Beh, quel bambino poteva benissimo essere l’ennesimo Nicolò. Io ero proprio quel bambino. Insicuro, dubbioso, poco incline alla competizione, di poche parole ma con mille pensieri in testa. Quello che nella foto di gruppo veniva sempre con la faccia incazzata. Quello rachitico che mangiava pochissimo. Quello che alle elementari si distaccava dal chiacchiericcio sterile delle “pause-merenda”, e preferiva ascoltarsi i Pantera o gli Iron Maiden a tutto volume, oppure si concedeva ad impossibili turbe mentali riguardanti la vita in generale. Sono passati molti anni ormai, di cose ne sono successe a palate e non posso negare che ci siano stati dei forti cambiamenti riguardo la mia ars operandi con il mondo circostante. Ho guadagnato la sicurezza necessaria per potermi defilare dalla categoria “soggetti alienati ad alto rischio di emarginazione terrestre”. Mi sono decentemente irrobustito e, nonostante sia diventato erbivoro da non molto, continuo lo stesso a mangiare come un cinghialetto sardo. Sono diventato molto meno schivo nei rapporti con le persone. Anzi, a volte mi meraviglio di quanto, aiutato anche dalla solita “alzatina di gomito”, possa diventare uno splendido esemplare di animale sociale da battaglia. A questo punto mi potreste chiedere: “Ma allora dove cazzo vuoi arrivare?”. Obiezione accolta e risposta repentina…il gentil sesso. Si, proprio così, l’ancora malsano rapporto che ostinatamente continuo ad avere con le donne. Con questo non voglio giustificare la mia sollecita propensione all’onanismo, ma neppure tirare in ballo la mia (per fortuna) discreta attività sessuale. Il problema è molto più articolato. Punto uno: ogni dannatissima volta che mi interesso di una ragazza in particolare, il cervello va in overload di inferenze anomale. La suddetta malcapitata viene posta sopra un fottuto piedistallo, e quando scopro che lei non corrisponde ai miei processi inferenziali (leggasi “pippe mentali”), viene maldestramente abbandonata e cancellata dall’elenco di possibili nuove conoscenze e/o relazioni con parvenza di stabilità (questa non può che essere la chiara spiegazione al mio randagismo sentimentale che dura da ormai più di due anni). Punto due: sono dolcemente romantico ma pericolosamente lunatico, e le fanciulle sembrano non gradire affatto questo mio secondo “adorabile” difetto. Punto tre: non so gestire i cosiddetti “infatuamenti”. Premetto che di infatuamenti improvvisi non ne ho avuti tanti, ma mi permetto di sfociare nell’attualità, dato che ne ho avuto uno recentemente. C’è una graziosa donzella in università che da un mesetto circa inciampa regolarmente nei miei sogni, soprattutto in quelli ad occhi aperti. Ogni volta che la vedo, sento lo stomaco muoversi, la saliva azzerarsi ed il cuore accelerare i battiti. E’ banale quanto volete ma, credetemi, è la pura verità, e robe così mi capitano raramente. Qualche settimana fa mi sono lanciato nella coraggiosa idea di scriverle un biglietto e lasciarlo sul suo banco: una carineria, numero di cellulare, firma e niente di più. Sarà stato da me interpretato male il messaggio di risposta (un tiepido ringraziamento, inviato da un numero che non era suo), sarà la mia mancanza di palle nel prenderla in disparte, quando lei è con i suoi amici, e di parlarle, ma sta di fatto che non sono ancora uscito allo scoperto. Forse dò troppa importanza alla legge di Gumperson (per chi non la ricordasse…” La probabilità che qualcosa accada è inversamente proporzionale alla sua desiderabilità”), ma non sono nemmeno riuscito a presentarmi. Mi sento un idiota, anche perché l’unico momento in cui potevo giocarmela con facilità (ovvero io, il mio migliore amico e lei SOLI in fila alle macchinette del caffè) sono rimasto in un tremendo ed imbarazzante silenzio. Mi è bastato guardare furtivo quei grandi occhi chiari, teneramente arrossati dalla ganja, per farmi ripiombare nel Nicolò di allora, tenebroso scolaretto di 10 anni innamorato della più bella della classe, che si congelava dall’emozione quando doveva interagire con lei (Margherita, se stai leggendo queste righe e per caso ti ricordassi di me…ti prego di farti viva!). Come alcuni di voi sanno, il gambling non mi garba e le mie carte molte volte le gioco male. Non so come andrà a finire la storia. Forse la conoscerò e finirà tutto nel “punto uno” sopraccitato, oppure lei si riconoscerà nel “punto due”, o forse non riuscirò mai a conoscerla. Tuttavia mi rassicura il fatto di non essere l’unica persona al mondo ad affrontare queste situazioni. Di non essere l’unico che lancia il sasso e poi nasconde la mano. Come qualcuno osava dire, l’incoerenza è la dignità dell’uomo. Coraggio e timidezza, verità e bugia, sono in fondo due facce della stessa medaglia, giusto?
Gianni
Ciò che ho scritto di noi
Ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia
è la mia nostalgia
cresciuta sul ramo inaccessibile
è la mia sete
tirata su dal pozzo dei miei sogni
è il disegno
tracciato su un raggio di sole
ciò che ho scritto di noi è tutta verità
è la tua grazia
cesta colma di frutti rovesciata sull'erba
è la tua assenza
quando divento l'ultima luce all'ultimo angolo della via
è la mia gelosia
quando corro di notte fra i treni con gli occhi bendati
è la mia felicità
fiume soleggiato che irrompe sulle dighe
ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia
ciò che ho scritto di noi è tutta verità.
(Nazim Hikmet)
lunedì, marzo 05, 2007
Potere alla Parola...In Libertà! (sempre a cura del vostro Gianni)
(Dino Compagni)
Come non- dare sfogo- al nirvana della cornea- alla passione olfattiva- al bisogno di toccare- la storia con le dita- e camminarci sopra- certe magie sono realtà- con forma di città- che è una vergogna- non avere- visto fino- al quasi- venticinquesimo- anno di età- e distano solo- poche centinaia di chilometri- dalla- Gotham City- dove nessun eroe- la può salvare- mentre io- ho deciso di salvarmi- fermare il tempo- anche se per poche- manciate di ore- con soci- di viaggio- genuini- vivere ogni minuto- come un- orgasmo di serenità- ognuno lontano- dai suoi casini- ridere di gusto- sulla tragedia postmoderna- dell’ansia- che soffoca- ma stavolta ci evita- perché- le paranoie- le sciacquiamo- tutte in Arno- date in pasto a topi- scambiati per castori- dalle amiche francesi- pas comme ça- je suis- dèsolè- il ponte vecchio- non ha più lucchetti- ma le promesse- aleggiano per la stradina- amor vincit omnia- la grande malattia- maledizione- per memoria epicurea- da cui- cerco di fuggire- illudersi terrorizza- bere Chianti- cancella- la timidezza- ti rende poliglotta- la verità- stands right- on the tongue- of the drunk man- ma- come non invaghirsi- di fianchi provocanti- venuti dal Nebraska- o chissadove- la libido a stelle- e striscie- pelli liscie- come i marmi- degli Uffizi- e curiositas- di chi è nato- da poco- e non gode- della città che è- tutto- un museo- il mondo- la invidia- Florencia querida- terra- di studenti- che ci accolgono- in ospitali residenze- la Susi dottoressa- dà inizio alle danze- fatte di alcool- e Fabrizio De Andrè- la contentezza- scolpita- di sguardi- dipinti di buonumore- musica magica- quando l’hascisc ti coccola- e non fai a tempo- a pensare- che già- sei in piazza- Santa Croce- a passeggiare- sotto l’eclissi totale- di luna- quando il buio- nasconde- al nostro pianeta- i candidi- oceani di regolite- e si gioca- a fare ronde di bar- parlare- davanti al Duomo- tornare- in monovolume- vedere- in multicolore- ridacchiare- violentati- dall’erba di Calabria- dormire- sui tavoli- con l’odore- di festa- addosso e attorno- per poi- ricomporre- i frames della notte- e scappare a Fiesole- beltà argillosa- amorevolmente soleggiata- rubare qualche ricordo- con pixel digitali- perdersi con lo sguardo- tra la selva- di ulivi- e dire arrivederci- a questa terra profumata- arrivederci- jamais adieu- perché dire addio- è follia- puro nonsense.
Gianni
lunedì, gennaio 22, 2007
Potere alla Parola...In Libertà! (sempre a cura del vostro Gianni)
Parola Potente e Libera- che spezza le catene della sintassi- impeto marinettiano di stiloso nichilismo- come Marco Philopat- ma non per questo- costretto a sanguinare- quando quello che si vuole dire- è frutto- di una mente poco stabile- ma che funziona ed elabora senza fine- come senza fine sono le radici- di pensieri che prendono linfa- dalle serate di una Milano- amata a tal punto che la si disprezza- un disprezzo che si compra il sabato sera- ma in saldo- scontato dalla banalità del bene- che ogni tanto gioca a fare il male- facce note- il locale quasi- allegria a tratti- persone a cui voglio bene- mista ad indifferenza- quando vedo quella faccia- ci sono sorrisi che mi salvano- dagli occhi falsi- ma resisto- odi profanum vulgus et arceo- grazie Mrs. Beauregarde- e i latinismi che hai copiato- del resto- ubi minor maior cessat- viva gli antichi romani e la loro libera interpretazione- me ne vado- stasera- omnia serviliter pro Nicolò- dopo dibattiti serrati- sulle mie nuove abitudini alimentari- perché il mio è anche fuggire dal dolore- il dolore di altre vite- perché il mio rifiutare violenza e morte- non vuol dire- per forza mortificarsi- perché si può resistere a tutto- anche alle tentazioni- Oscar Wilde- vai a fare in culo- te e i tuoi finti dandy doriangraydistaminchia- vi è qualcosa che manca- tremendamente manca- l’aipod nelle trombe di eustachio- grande inibitore di turbe- psichiche semplici- semplificate in codici binari- compressi in gigabait- che liberano da mali- del torpore della metro- dai fantasmi che la occupano- i vagoni ne sono pieni- zeppi da spavento- la gola è secca- solteros segundos de oscuridad- I cannot fucking stand it- when they’re around- voglio Justin Pierre- l’eroe degli sconfitti- il mio romantico eroe- e le sue fiabe- da disperata inettitudine- attendo- con impazienza- sue nuove elucubrazioni- in formato emmepitrè- non ho Justin Pierre nelle orecchie- mi tocca cantarlo- da solo- per via Pagano- cercando- la stella polare in un lampione- le costellazioni nei fari- di macchine che sfiorano- i panettoni di cemento diventati- denti rotti di un gigante- viziato- e- vizioso- le note- dall’ugola prendono il ritmo dei passi- serrati- ma dalla costanza di un metronomo- pathos che dilania la trachea- con una piuma- intinta- in un calamaio di rimorsi- che si dissolvono- quando raggiungo una seconda casa- serena nonostante- il traffico- di anime- infarcite di propulsione all’autodistuzione- Apu è come mia madre- ma mi ha sempre- allattato col whisky- la mamma è- sempre la mamma- anche se cingalese- e aggiunge cola- per lenire l’amarezza- solari presenze- adorabile diversivo- sorriso conseguenza di sorrisi- sento dolcezza- a pochi centimetri da me- i tuoi raggi- hanno- qualche nuvoletta- ma stai tranquilla- verranno soffiate via- te lo dice- uno che attende sempre- ventate di speranza- sfiorare i capelli- accarezzare il cuore- e goderne- per quanto essi siano sottili- per quanto- esse siano flebili- troppo esili- a volte- è sempre tardi- quando vuoi che non lo sia- ma la notte- ti stringe- nella morsa del silenzio- e dei pensieri- che mi accompagnano- finchè- dalle chiavi- alla maniglia- al rubinetto- al comodino- le mani- portano alle orecchie- il metallo- dell’aipod- e la pedissequa litania- libera Orfeo- as the curtain- closes on- another day- Amen.
Gianni
domenica, dicembre 17, 2006
Potere alla Parola (rubrica a cura del vostro Gianni)
(Karl Kraus)
Il mio quasi silenzio su queste pagine forse può essere stato sintomatico, segno di molte lotte che ora sto combattendo dentro. Mi sono promesso di scrivere di me il meno possibile su questo spazio, ma ancora una volta la promessa non è stata mantenuta. Questo perché credo ci siano ancora delle flebili occasioni per tentare una inutile catarsi.
Cosa ho portato indietro al mio ritorno? Una dose di esperienza in più, molti buoni propositi di impegno e la insicura certezza di ritornare in un luogo ormai di passaggio. Cosa mi ha accolto ad un mese dal mio arrivo? Una città che non sento più mia. Un luogo che più non mi appartiene. Ogni giorno che passo qui a Milano lo sento come un giorno in più che mi è stato tolto, trascurato nei suoi lunghi minuti, perso tra i clacson e le falsità. Vivo il presente con il corpo ingabbiato in questa prigione di nebbia, ma vivo il futuro con la testa sintonizzata su altre limpide frequenze. Quasi tutte le mie alcove una volta magiche e salvifiche sono divenute non-luoghi, ambienti asettici senza più valore né calore. I non-luoghi che una volta snobbavo si sono rivelati spazi prediletti per le mie riflessioni. Il natale mi sta uccidendo. Cammino per le strade affollate e mi sento solo, borbottando come un corvo che gracchia addosso ai passanti la sua noia di vivere. Da alcune persone a me vicine ho trovato il sostegno e l’affetto di sempre, da altre ho trovato un po’ di falsità e atteggiamenti insoliti. Rinegoziare il significato di alcune relazioni è un processo che ti lacera più di una pugnalata nel cuore, ma è una cosa inevitabile per la propria sopravvivenza e prima o poi mi toccherà farlo. E’ anche doloroso trovarsi nella malsana situazione di dare la propria carne ad una persona e l’anima ad un’altra. Una cosa che non doveva succedere, perlomeno non avrebbe dovuto continuare, ma sta continuando. Leggo le tue lettere elettroniche e col naso cerco invano un sentore di te, pur sapendo che i carteggi telematici sono inodori e freddi, tanto gelidi quanto la brina che vela le auto addormentate sui marciapiedi. Guardo la tua foto, e mi accorgo che lo scintillio dei tuoi occhi è solo un fiammifero con cui mi sto lentamente dando fuoco. A volte vorrei assopirmi per poi non risvegliarmi più, vorrei l’oblio per dimenticare tutto questo. Non torturarmi con le solite note disancorate dalle casse dello stereo, le solite splendide parole che mi appannano la ragione…”because turning to you is like falling in love when you’re ten”.
Gianni
Tedio invernale
Ma ci fu dunque un giorno
Su questa terra il sole?
Ci fur rose e viole,
Luce, sorriso, ardor?
Ma ci fu dunque un giorno
La dolce giovinezza,
La gloria e la bellezza,
Fede, virtude, amor?
Ciò forse avvenne a i tempi
D'Omero e di Valmichi,
Ma quei son tempi antichi,
Il sole or non è piú.
E questa ov'io m'avvolgo
Nebbia di verno immondo
È il cenere d'un mondo
Che forse un giorno fu.
(Giosuè Carducci)
sabato, giugno 17, 2006
Potere alla Parola (rubrica a cura del vostro Gianni)
(Blaise Pascal)
Forse dovrei più darmi al “divertissement” Pascaliano, perché su me stesso ci rifletto già troppo e a volte mi fa male. Ultimamente sto pensando molto al vivere, o meglio, al modo in cui spesso non ci accorgiamo di vivere. Ci sono parti infinitesimali di luci, di colori e sapori, di situazioni, di giorni interi che ci sfuggono, che non riusciamo ad intrappolare e metabolizzare nel nostro vissuto. Cosa abbastanza naturale, ma non del tutto meccanica e voluta. Mi sto accorgendo di perdere piano piano tutte “piccole” cose che dimentico, ma che sono fondamentali e lo saranno nella memoria. Mi sto sforzando insomma di capire e ricordare ogni secondo che vivere è cercare il rosa del tramonto nel grigio delle grandi città, vivere vuol dire ringraziare e sorridere e fare tutto questo come cosa spontanea. Vivere è meravigliarsi sempre come i bambini, Zaumazein come diceva secoli fa un tale chiamato Aristotele (Mi duole dirlo caro Povia, ma scopiazzare i filosofi non è per nulla originale!). Vivere è capire di avere una famiglia straordinaria, e rendersi conto di questa fortuna ogni singolo giorno. Vivere vuol dire esagerare, eccedere nella ricerca di se stessi e mai accontentarsi di nulla. Vuol dire piangere commossi davanti a un “ti voglio bene” sussurrato da un amico vero. Vivere è conoscere un pochino le culture “altre”. Vivere è amare, qualsiasi attitudine e orientamento sessuale si abbia, perché nulla è contro natura e si deve essere indiscriminatamente liberi di amare. Amare con il corpo e con la testa. Vivere è fare i “romantici a Milano”, scarrozzati in vespa da una conoscenza un po’ casuale ma diventata assai preziosa. Vivere è anche arrabbiarsi, disperarsi, lamentarsi, sono tutte altre angolature importantissime! Ma vivere è non darsi mai per vinti, non mollare di fronte ai mille ostacoli che ti si pareranno davanti. Vivere è perdersi nel caldo delle note di un concerto d’estate, perdersi affascinati tra le strofe di una canzone splendida…una canzone speciale che parla di vita.
Gianni
Lettera
In giardino il ciliegio è fiorito agli scoppi del nuovo sole,
il quartiere si è presto riempito di neve di pioppi e di parole.
All' una in punto si sente il suono acciottolante che fanno i piatti,
le TV son un rombo di tuono per l' indifferenza scostante dei gatti;
come vedi tutto è normale in questa inutile sarabanda,
ma nell' intreccio di vita uguale soffia il libeccio di una domanda,
punge il rovaio d' un dubbio eterno, un formicaio di cose andate,
di chi aspetta sempre l' inverno per desiderare una nuova estate...
Son tornate a sbocciare le strade, ideali ricami del mondo,
ci girano tronfie la figlia e la madre nel viso uguali e nel culo tondo,
in testa identiche, senza storia, sfidando tutto, senza confini,
frantumano un attimo quella boria grida di rondini e ragazzini;
come vedi tutto è consueto in questo ingorgo di vita e morte,
ma mi rattristo, io sono lieto di questa pista di voglia e sorte,
di questa rete troppo smagliata, di queste mete lì da sognare,
di questa sete mai appagata, di chi starnazza e non vuol volare...
Appassiscono piano le rose, spuntano a grappi i frutti del melo,
le nuvole in alto van silenziose negli strappi cobalto del cielo.
Io sdraiato sull' erba verde fantastico piano sul mio passato,
ma l' età all' improvviso disperde quel che credevo e non sono stato;
come senti tutto va liscio in questo mondo senza patemi,
in questa vista presa di striscio, di svolgimento corretto ai temi,
dei miei entusiasmi durati poco, dei tanti chiasmi filosofanti,
di storie tragiche nate per gioco, troppo vicine o troppo distanti...
Ma il tempo, il tempo chi me lo rende? Chi mi dà indietro quelle stagioni
di vetro e sabbia, chi mi riprende la rabbia e il gesto, donne e canzoni,
gli amici persi, i libri mangiati, la gioia piana degli appetiti,
l' arsura sana degli assetati, la fede cieca in poveri miti?
Come vedi tutto è usuale, solo che il tempo stringe la borsa
e c'è il sospetto che sia triviale l' affanno e l' ansimo dopo una corsa,
l' ansia volgare del giorno dopo, la fine triste della partita,
il lento scorrere senza uno scopo di questa cosa... che chiami... vita...
(Francesco Guccini)
sabato, maggio 20, 2006
Potere alla Parola (rubrica a cura del vostro Gianni)
Gianni.
Scelte
Scegliere una porta significa non aprirne altre.
Un piacere presuppone che molti piaceri non verranno
vissuti, così come ogni tristezza dispensa da tante tristezze.
L'amante che porti a letto è uno tra tutti quelli possibili.
La parola per cui opti impedisce l'uso di un numero
indefinito di parole.
Visiti un luogo perchè altri luoghi restino ad aspettarti.
Solo il giorno che sorge per la tua morte è un giorno
qualsiasi, una casualità.
(Abilio Estevez)
Xenia I; 4
Avevamo studiato per l’aldilà
Un fischio, un segno di riconoscimento.
Mi provo a modularlo nella speranza
Che tutti siamo già morti senza saperlo.
(Eugenio Montale)
La fine del giorno
Sotto una luce bigia, senza posa,
senza ragione, si contorce e incalza
danzando, spudorata e rumorosa,
la Vita: così, poi, quando s’innalza
voluttuosa la notte all’orizzonte,
e tutto, anche le fami, in sé racqueta,
tutto annuvola e spegne, anche le onte,
“Eccoti, alfine!” mormora il poeta.
“Pace ti chiede il mio spirito ed ogni
mia fibra, pace, e null’altro elisire;
ricolmo il cuore di funebri sogni,
vo’ stendere le mie membra supine
nella frescura delle tue cortine
e quivi sempre, o tenebra, dormire!”
(Charles Baudelaire)
Memento Mori
Non c’è più posto per noi
che siamo solo di passaggio
in questo lento e lungo viaggio.
Prova ad affacciarti
alla porta del tuo essere,
guarda piovere i vagiti
di rimorsi di coscienza appena nati.
E non scordarti
che i bei momenti sono effimeri;
tutti gli sguardi, i sorrisi e la dolcezza
non fan che parte di un grimorio nero
scritto con inchiostro di tristezza.
Memento mori…
Ora sei solo in una cripta
e respiri un ancestrale dolore,
con mille teschi che ti scrutano
ti giudicano e osservano
passare lentamente le tue ore.
Sic transit gloria…
In un attimo sei polvere
dispersa nella coltre della morte.
Qui finisce la tua storia
qui si fermano i singulti
esalati piano e forte
di piaceri avuti e tolti.
(Nicolò Cascinu)
'A Livella
Ogn'anno, il due novembre, c'e' l'usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno ll'adda fà chesta crianza;
ognuno adda tené chistu penziero.
Ogn'anno, puntualmente,in questo giorno,
di questa triste e mesta ricorrenza,
anch'io ci vado, e con dei fiori adorno
il loculo marmoreo 'e zi' Vicenza.
St'anno m'é capitato 'navventura....
dopo di aver compiuto il triste omaggio.
Madonna! si ce penzo, e che paura!,
ma po' facette un'anema e curaggio.
'O fatto è chisto, statemi a sentire:
s'avvicinava ll'ora d'à chiusura:
io, tomo tomo, stavo per uscire
buttando un occhio a qualche sepoltura.
"Qui dorme in pace il nobile marchese
signore di Rovigo e di Belluno
ardimentoso eroe di mille imprese
morto l'11 maggio del 31"
'O stemma cu 'a curona 'ncoppa a tutto...
...sotto 'na croce fatta 'e lampadine;
tre mazze 'e rose cu 'na lista 'e lutto:
cannele, cannelotte e sei lumine.
Proprio azzeccata 'a tomba 'e stu signore
nce stava 'n 'ata tomba piccerella,
abbandunata, senza manco un fiore;
pe' segno, sulamente 'na crucella.
E ncoppa 'a croce appena se liggeva:
" Esposito Gennaro - netturbino ":
guardannola, che ppena me faceva
stu muorto senza manco nu lumino!
Questa è la vita! 'ncapo a me penzavo...
chi ha avuto tanto e chi nun ave niente!
Stu povero maronna s'aspettava
ca pur all'atu munno era pezzente?
Mentre fantasticavo stu penziero,
s'era ggià fatta quase mezanotte,
e i'rimanette 'nchiuso priggiuniero,
muorto 'e paura...nnanze 'e cannelotte.
Tutto a 'nu tratto,che veco 'a luntano?
Ddoje ombre avvicenarse 'a parte mia...
Penzaje: stu fatto a me mme pare strano...
Stongo scetato...dormo, o è fantasia?
Ate che fantasia;era 'o Marchese:
c'o' tubbo, 'a caramella e c'o' pastrano;
chill'ato apriesso a isso un brutto arnese;
tutto fetente e cu 'nascopa mmano.
E chillo certamente è don Gennaro...
'o muorto puveriello...'o scupatore.
'Int 'a stu fatto i' nun ce veco chiaro:
so' muorte e se ritirano a chest'ora?
Putevano stà 'a me quase 'nu palmo,
quanno 'o Marchese se fermaje 'e botto,
s'avota e tomo tomo...calmo calmo,
dicette a don Gennaro: "Giovanotto!
Da Voi vorrei saper, vile carogna,
con quale ardire e come avete osato
di farvi seppellir, per mia vergogna,
accanto a me che sono blasonato!
La casta è casta e va, si, rispettata,
ma Voi perdeste il senso e la misura;
la Vostra salma andava, si, inumata;
ma seppellita nella spazzatura!
Ancora oltre sopportar non posso
la Vostra vicinanza puzzolente,
fa d'uopo, quindi, che cerchiate un fosso
tra i vostri pari, tra la vostra gente"
"Signor Marchese, nun è colpa mia,
i'nun v'avesse fatto chistu tuorto;
mia moglie è stata a ffa' sta fesseria,
i' che putevo fa' si ero muorto?
Si fosse vivo ve farrei cuntento,
pigliasse 'a casciulella cu 'e qquatt'osse
e proprio mo, obbj'...'nd'a stu mumento
mme ne trasesse dinto a n'ata fossa".
"E cosa aspetti, oh turpe malcreato,
che l'ira mia raggiunga l'eccedenza?
Se io non fossi stato un titolato
avrei già dato piglio alla violenza!"
"Famme vedé... piglia sta violenza...
'A verità, Marché, mme so' scucciato
'e te senti;e si perdo 'a pacienza,
mme scordo ca so' muorto e so mazzate!...
Ma chi te cride d'essere...nu ddio?
Ccà dinto,'o vvuo capi, ca simmo eguale?...
...Muorto si'tu e muorto so' pur'io;
ognuno comme a 'na'ato é tale e quale".
"Lurido porco!...Come ti permetti
paragonarti a me ch'ebbi natali
illustri, nobilissimi e perfetti,
da fare invidia a Principi Reali?".
"Tu qua' Natale... Pasca e Ppifania!!!
T''o vvuo' mettere 'ncapo...'int'a cervella
che staje malato ancora e' fantasia?...
'A morte 'o ssaje ched''e?...è una livella.
'Nu rre, 'nu maggistrato,'nu grand'ommo,
trasenno stu canciello ha fatt'o punto
c'ha perzo tutto, 'a vita e pure 'o nomme:
tu nu t'hè fatto ancora chistu cunto?
Perciò,stamme a ssenti... nun fa 'o restivo,
suppuorteme vicino che te 'mporta?
Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive:
nuje simmo serie...appartenimmo à morte!"
(Antonio De Curtis, meglio noto come Totò)
mercoledì, maggio 03, 2006
Potere alla Parola (rubrica a cura del vostro Gianni)
Cosa è rimasto oggi di quello spirito? La domanda mi attanaglia mentre assaporo le bellezze di Praga, mentre respiro la sua storia passeggiando per la Città Vecchia. Quella che era una città dall’animo triste ed oppresso oggi fa i conti con l’Occidente e le sue proposte neoliberiste. Hanno molta voglia di fare i Cechi. Molta voglia di riscattarsi dopo 40 anni di prigionia, e tanti desideri ancora da realizzare. Ma non tutti vivono felici e contenti. La favola del consumismo ha grossi scheletri nell’armadio. Me ne accorgo quando mi immergo nella folla di piazza Venceslao. Quei 700 metri di strada che erano la cartina al tornasole della rivolta per la libertà ora sono sacri templi del vizio, stracolmi di improvvisati papponi, buttadentro, casinò e spacciatori di droga, ragazze bellissime, di una bellezza disarmante, che ti guardano come se già sapessero tutto di te, e per qualche migliaio di corone possono donarti un’ora di amore. Personaggi che regalano promesse e promettono regali. Poco a che vedere con i ragazzi del ’68, con il sacrificio di Palach proprio in quella piazza. Ma non voglio ricordarla solo così. Praga ha ben altro da offrire. Non sono infatti i paradisi artificiali che ti affascinano, ma quelli concreti dei suoi monumenti, della Moldava e dei suoi ponti, i ristoranti tipici ed i caffè, i suoi quartieri, l’inglese un po’ sguaiato ma dolcissimo delle fanciulle locali, i sorrisi della gente e dei turisti, i castelli e le cattedrali, la pioggia fine fine che pulisce le strade. La sua primavera, quella passata e quella odierna.
Gianni
Primavera di Praga
Di antichi fasti la piazza vestita
grigia guardava la nuova sua vita,
come ogni giorno la notte arrivava,
frasi consuete sui muri di Praga,
ma poi la piazza fermò la sua vita
e breve ebbe un grido la folla smarrita
quando la fiamma violenta ed atroce
spezzò gridando ogni suono di voce...
Son come falchi quei carri appostati,
corron parole sui visi arrossati,
corre il dolore bruciando ogni strada
e lancia grida ogni muro di Praga.
Quando la piazza fermò la sua vita,
sudava sangue la folla ferita,
quando la fiamma col suo fumo nero
lasciò la terra e si alzò verso il cielo,
quando ciascuno ebbe tinta la mano,
quando quel fumo si sparse lontano,
Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava
all'orizzonte del cielo di Praga...
Dimmi chi sono quegli uomini lenti
coi pugni stretti e con l'odio fra i denti,
dimmi chi sono quegli uomini stanchi
di chinar la testa e di tirare avanti,
dimmi chi era che il corpo portava,
la città intera che lo accompagnava,
la città intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga,
dimmi chi era che il corpo portava,
la città intera che lo accompagnava,
la città intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga,
una speranza nel cielo di Praga,
una speranza nel cielo di Praga...
(Francesco Guccini)
domenica, aprile 23, 2006
Potere alla Parola (rubrica a cura del vostro Gianni)
Buongiorno Milano!
Gianni.
Còl coeùr in màn
Me sont desmentegàa de spiegà bén
quèl che l'è'l titol della mia poesia,
ma sont sicùr che avìi capì almén
che l'è ànca vòstra, mìnga sòl cà mia.
L'è tùt el nòst paès còi sò magàgn
e i sò virtùu che l'hann fàa grand e bèll,
cònt i sò vèer pianùr e i sò montagn,
che fann de divisòri e de capèll.
L'è l'ària che respiròm nùm nativ
e tùtti insèmma quèi che chi a Milàn
troeùven de podè stà e podè viv
in armonia e còl coeùr in màn.
(Vincenzo Migliavacca)
giovedì, aprile 13, 2006
Potere alla Parola (rubrica a cura del vostro Gianni)
Cin Cin, e buona lettura!
Gianni.
Il vino mi spinge,
il vino folle, che fa cantare anche l’uomo più saggio,
e lo fa ridere mollemente e lo costringe a danzare,
e tira fuori parola, che sta meglio non detta.
(Omero)
Ciò che sta nel cuore del sobrio è sulla lingua dell’ubriaco.
(Plutarco)
Da saggia versaci il tuo vino: le troppe speranze
contieni in termini brevi: parli e già l’ora è fuggita.
Cogli il giorno e del dubbio domani diffida.
(Orazio)
Bisogna essere ebbri. Tutto qui: è l’unico problema. Per non sentire l’orribile peso del Tempo che vi spezza le spalle e vi piega verso terra, bisogna che v’inebriate senza tregua. Ma di cosa? Di vino, di poesia o di virtù, a piacer vostro. Ma inebriatevi.
(Charles Baudelaire)
Un vino d’oro splendeva nei bicchieri
Che ci inebriò,
L’amore, nei tuoi occhi neri,
Fuoco in una radura, s’incendiò.
(Attilio Bertolucci)
Però che Boheme confortevole, giocata tra case e osterie, quando ad ogni bicchiere rimbalzano le filosofie.
(Francesco Guccini)
Si può bere troppo, ma non si beve mai abbastanza.
(Gotthold Ephraim Lessing)
A me piacciono gli anfratti bui
delle osterie dormienti,
dove la gente culmina nell’eccesso del canto,
a me piacciono le cose bestemmiate e leggere,
e i calici di vino profondi,
dove la mente esulta,
livello magico di pensiero.
Troppo sciocco è il piangere sopra un amore perduto
malvissuto e scostante,
meglio l’acre vapore del vino
indenne,
meglio l’ubriacatura del genio,
meglio sì meglio,
l’indagine sorda delle scorrevolezze di vite;
io amo le osterie
che parlano il linguaggio sottile
della lingua di Bacco,
e poi nelle osterie
ci sta il nome di Charles
scritto a caratteri d’oro.
(Alda Merini)
Adoro farmi un Martini
perfino un secondo bicchiere
al terzo finisco sotto il tavolo
al quarto sotto il mio cavaliere.
(Dorothy Parker)
E i bicchieri erano vuoti
e la bottiglia in pezzi
E il letto spalancato
e la porta sprangata
E tutte le stelle di vetro
della bellezza e della gioia
risplendevano nella polvere
nella camera spazzata male
Ed io ubriaco morto
ero un fuoco di gioia
e tu ubriaca viva
nuda tra le mie braccia .
(Jacques Prévert)
Una delle mie signore di un tempo mi aveva urlato una volta: “Tu bevi per scappare dalla realtà!”
“Naturalmente, cara”.
(Charles Bukowski)
domenica, aprile 02, 2006
Potere alla Parola (rubrica a cura del vostro Gianni)
Così cantava, con la solita aria da rain dog, il grande Tom Waits nell’ultimo film di Roberto Benigni. Dargli torto sarebbe una bestemmia. Ha perfettamente ragione. Come si fa a fermare l’impeto di una vita che vuole prepotentemente rinascere? Come si può trattenere l’esplosione di colori e odori che piano piano travolge tutta la città e ruba un po’ di spazio al suo consueto grigiore? La primavera sta arrivando, ormai la sento dentro di me. Vedo già i pallidi volti cercare il nuovo sole, vedo i marciapiedi dei locali affollarsi di buonumore, le paranoie giornaliere perdere stamina e consistenza, vedo le belle ragazze in sovrappensiero camminare leggiadre per strada, con le loro forme di nuovo in risalto che quasi tolgono il respiro, proprio come i pollini che nel mio naso irritato troveranno dimora.
E pensare che Loretta Goggi ha pure avuto il coraggio di maledirla! Non c’è limite alla follia delle persone.
Buona primavera a tutti!
Il vostro Gianni.
Springtime
Veloce come un vento burrascoso, l’inverno dei tremori
Se n’è andato, il tepore scioglie i gelidi rancori.
Una nuova luce risveglia la mente
Impercettibili attimi cancellano gli affanni della vita
E i giorni lottano più aspramente
Nell’attesa della loro dipartita.
Fioriscono i balconi, i tanti viali alberati.
Risbocciano con amorosa violenza
Germogli di speranza nei cuori travagliati.
(Nicolò Cascinu)
Primaverile
Nuvole, sole, prato verde e case
Sull’altura, confusi. Primavera
Ha messo nell’aria fredda dei campi
La grazia di quei pioppi lungo l’argine.
Dalla valle i sentieri vanno al fiume:
Là, sul ciglio dell’acqua, amore aspetta.
Per te indossano i campi questa veste
Di giovane, oh invisibile compagna?
E quest’odore del faveto al vento?
E quella prima bianca margherita?
Sei con me dunque? Nella mano sento
Un doppio battito e il cuore mi grida
E nelle tempie mi assorda il pensiero:
Sì, sei tu che fiorisci, che resusciti.
(Antonio Machado)
giovedì, marzo 30, 2006
Potere alla Parola (rubrica a cura del vostro Gianni)
Eh già, certe persone con le parole ci sanno proprio fare. A volte riescono a rendere magico ciò che è banale, dipingere la vita come non l’abbiamo mai vista e riempirla di mille sfaccettature. Possono essere poeti, filosofi, scrittori, musicisti, o solamente persone comuni, “gente quasi normale, ma con l’anima come un bambino, che ogni tanto si mette le ali e con le parole gioca a rimpiattino” (per chi sa cogliere la citazione…). Non vorrei scadere nella retorica, non sarebbe consono. Vi auguro dei piacevoli momenti di lettura e riflessione. Verba Manent.
Con affetto,
Il vostro Gianni.
Se tu non parli
Se tu non parli
riempirò il mio cuore del tuo silenzio
e lo sopporterò.
Resterò qui fermo ad aspettare come la notte
nella sua veglia stellata
con il capo chino a terra
paziente.
Ma arriverà il mattino
le ombre della notte svaniranno
e la tua voce
in rivoli dorati inonderà il cielo.
Allora le tue parole
nel canto
prenderanno ali
da tutti i miei nidi di uccelli
e le tue melodie
spunteranno come fiori
su tutti gli alberi della mia foresta.
(Rabindranath Tagore)
