Te ne sei andata nel silenzio, spegnendoti tra le braccia della mamma . Me lo aspettavo già da un po’. Avevi un cuore grande grande, ma ormai troppo debole per resistere al maledetto caldo di giugno. Non ci sei più, e ora nonostante i 35 gradi la mia stanza è diventata gelida, mi sento terribilmente solo. Diciassette anni sono tanti per un cane, ma mai abbastanza per chi ti ha voluto così tanto bene, Carlotta. Non mi dimenticherò mai di tutto l’affetto smisurato con cui hai riempito questi bellissimi anni; avresti fatto tutto per me, saresti perfino morta per salvarmi, ne sono sicuro. Mi mancheranno i tuoi baci, la tua coda mai ferma, il tuo vivissimo appetito, il tuo ringhiare quando non sopportavi gli scherzi di Camilla, il tuo abbaiare al suono del campanello, la dolcezza dei tuoi occhi. Ora che non si ode più il tuo zampettare sul pavimento, sento un enorme vuoto crescermi dentro. Resta solo qualche vecchia foto, la tua ciotola ancora piena d’acqua, il tuo guinzaglio, il rimorso per averti visto invecchiare con un po’ d’indifferenza ed il rimpianto per le poche attenzioni che ti ho dato in questo periodo. Tutti i ricordi e le lacrime di questi giorni sono per te, per un’amica fedele che ho perso, e mai più ritroverò.
Ave atque vale Carlotta, riposa in pace.
Gianni
mercoledì, giugno 28, 2006
lunedì, giugno 19, 2006
Febbre a 90’, calcio e vita secondo me, Pinotto.
18 giugno, 90° minuto di Francia - Corea del Sud. Nella Francia entra Trezeguet ed esce Zinedine Zidane. Nulla di strano, apparentemente, se non fosse che il n° 10 francese ha deciso di abbandonare il calcio dopo questo mondiale. L’ammonizione presa qualche minuto prima e la situazione semi-tragica della Francia nel girone fanno pensare all’ultima passerella di Zidane sul tappeto verde.
Da italiano credo dovrei godere, tuttavia, dalle ultime analisi del sangue, di nazionalismo non me ne è stato trovato molto.
La tristezza sta nel desiderio di un finale degno per così tanta grazia portata ad uno sport come il calcio. Ettore fu ucciso da Achille, non dall’ultimo dei soldati greci. Anche Zizou, sportivamente parlando, merita il suo Achille.
Dovrei odiarlo probabilmente. In due anni, tra il 1998 e il 2000, ha tolto all’Italia un Mondiale, un Europeo e un commissario tecnico, Dino Zoff, dimessosi dopo che Berlusconi dichiarò che, nella finale dell’Europeo, Zidane andava marcato meglio.
Per cinque anni ha militato nella squadra italiana più seguita, la Juventus, ma, senza ombra di dubbio, anche la più odiata da coloro che parteggiano per le rivali. Zizou l’ ha vestita quella maglia ma più volte il colore sbiadiva e lo rendeva universale, mai un campione fu apprezzato quanto lui dai tifosi avversari della vecchia signora.
Nulla sembrava forzato, lezioso, era tutto come parte di una melodia che il campione francese seguiva danzando sul terreno con la sfera.
Il suo gesto più noto è la veronica. Per dribblare l’avversario, il corpo ruota sopra la palla; ci si appoggia col primo piede, la sposta col secondo.
La visione che stupisce è quella di un uomo con la corporatura di un medio-massimo della boxe che chiede in prestito la leggiadria a Nureyev per eseguire il suo colpo migliore.
Un arbitro italiano, che ha diretto per diversi anni in Serie A, ha confessato in un’intervista che, l’unico momento nella sua carriera in cui perse di vista il pallone, fu a causa di una finta di Zizou, il quale, disorientò anche lui oltre al difensore.
Da ragazzino se scegli il ruolo del difensore gli allenatori ti insegnano che il dogma è quello di guardare sempre la palla, per non farti ingannare. Con Zidane non puoi. Ti perdi il meglio.
E’ come per un dentista visitare Monica Bellucci e guardare solo la carie. E’ riduttivo fermarsi ad osservare solo la parte, è il tutto che rende l’idea dell’unicità del personaggio.
L’Avvocato Agnelli nel 2001 dichiarò, dopo che Moggi aveva incassato i 150 miliardi del trasferimento del campione francese al Real Madrid, che Zidane fosse più bello che utile. Questa affermazione è una prova innegabile che ogni grande amore (come il suo verso Zinedine) va rinnegato dopo il tradimento. La sua frase, comunque, venne confutata nove mesi dopo.
Zidane, con una mezza rovesciata di sinistro sotto il cielo di Glasgow, regalò la Coppa dei Campioni al Real, riformulando il concetto di “non utilità”.
I Platters, aggiungendo una parola al titolo della loro canzone, potrebbero descrivere rapidamente questo eroe del nostro tempo: “ Only you, Zizou”.
Da italiano credo dovrei godere, tuttavia, dalle ultime analisi del sangue, di nazionalismo non me ne è stato trovato molto.
La tristezza sta nel desiderio di un finale degno per così tanta grazia portata ad uno sport come il calcio. Ettore fu ucciso da Achille, non dall’ultimo dei soldati greci. Anche Zizou, sportivamente parlando, merita il suo Achille.
Dovrei odiarlo probabilmente. In due anni, tra il 1998 e il 2000, ha tolto all’Italia un Mondiale, un Europeo e un commissario tecnico, Dino Zoff, dimessosi dopo che Berlusconi dichiarò che, nella finale dell’Europeo, Zidane andava marcato meglio.
Per cinque anni ha militato nella squadra italiana più seguita, la Juventus, ma, senza ombra di dubbio, anche la più odiata da coloro che parteggiano per le rivali. Zizou l’ ha vestita quella maglia ma più volte il colore sbiadiva e lo rendeva universale, mai un campione fu apprezzato quanto lui dai tifosi avversari della vecchia signora.
Nulla sembrava forzato, lezioso, era tutto come parte di una melodia che il campione francese seguiva danzando sul terreno con la sfera.
Il suo gesto più noto è la veronica. Per dribblare l’avversario, il corpo ruota sopra la palla; ci si appoggia col primo piede, la sposta col secondo.
La visione che stupisce è quella di un uomo con la corporatura di un medio-massimo della boxe che chiede in prestito la leggiadria a Nureyev per eseguire il suo colpo migliore.
Un arbitro italiano, che ha diretto per diversi anni in Serie A, ha confessato in un’intervista che, l’unico momento nella sua carriera in cui perse di vista il pallone, fu a causa di una finta di Zizou, il quale, disorientò anche lui oltre al difensore.
Da ragazzino se scegli il ruolo del difensore gli allenatori ti insegnano che il dogma è quello di guardare sempre la palla, per non farti ingannare. Con Zidane non puoi. Ti perdi il meglio.
E’ come per un dentista visitare Monica Bellucci e guardare solo la carie. E’ riduttivo fermarsi ad osservare solo la parte, è il tutto che rende l’idea dell’unicità del personaggio.
L’Avvocato Agnelli nel 2001 dichiarò, dopo che Moggi aveva incassato i 150 miliardi del trasferimento del campione francese al Real Madrid, che Zidane fosse più bello che utile. Questa affermazione è una prova innegabile che ogni grande amore (come il suo verso Zinedine) va rinnegato dopo il tradimento. La sua frase, comunque, venne confutata nove mesi dopo.
Zidane, con una mezza rovesciata di sinistro sotto il cielo di Glasgow, regalò la Coppa dei Campioni al Real, riformulando il concetto di “non utilità”.
I Platters, aggiungendo una parola al titolo della loro canzone, potrebbero descrivere rapidamente questo eroe del nostro tempo: “ Only you, Zizou”.
sabato, giugno 17, 2006
Potere alla Parola (rubrica a cura del vostro Gianni)
“La sola cosa che ci consoli dalle miserie è la distrazione, e tuttavia essa è la più grande delle nostre miserie, perché ci impedisce in primo luogo di riflettere su noi stessi, e fa in modo che ci perdiamo insensibilmente”.
(Blaise Pascal)
Forse dovrei più darmi al “divertissement” Pascaliano, perché su me stesso ci rifletto già troppo e a volte mi fa male. Ultimamente sto pensando molto al vivere, o meglio, al modo in cui spesso non ci accorgiamo di vivere. Ci sono parti infinitesimali di luci, di colori e sapori, di situazioni, di giorni interi che ci sfuggono, che non riusciamo ad intrappolare e metabolizzare nel nostro vissuto. Cosa abbastanza naturale, ma non del tutto meccanica e voluta. Mi sto accorgendo di perdere piano piano tutte “piccole” cose che dimentico, ma che sono fondamentali e lo saranno nella memoria. Mi sto sforzando insomma di capire e ricordare ogni secondo che vivere è cercare il rosa del tramonto nel grigio delle grandi città, vivere vuol dire ringraziare e sorridere e fare tutto questo come cosa spontanea. Vivere è meravigliarsi sempre come i bambini, Zaumazein come diceva secoli fa un tale chiamato Aristotele (Mi duole dirlo caro Povia, ma scopiazzare i filosofi non è per nulla originale!). Vivere è capire di avere una famiglia straordinaria, e rendersi conto di questa fortuna ogni singolo giorno. Vivere vuol dire esagerare, eccedere nella ricerca di se stessi e mai accontentarsi di nulla. Vuol dire piangere commossi davanti a un “ti voglio bene” sussurrato da un amico vero. Vivere è conoscere un pochino le culture “altre”. Vivere è amare, qualsiasi attitudine e orientamento sessuale si abbia, perché nulla è contro natura e si deve essere indiscriminatamente liberi di amare. Amare con il corpo e con la testa. Vivere è fare i “romantici a Milano”, scarrozzati in vespa da una conoscenza un po’ casuale ma diventata assai preziosa. Vivere è anche arrabbiarsi, disperarsi, lamentarsi, sono tutte altre angolature importantissime! Ma vivere è non darsi mai per vinti, non mollare di fronte ai mille ostacoli che ti si pareranno davanti. Vivere è perdersi nel caldo delle note di un concerto d’estate, perdersi affascinati tra le strofe di una canzone splendida…una canzone speciale che parla di vita.
Gianni
Lettera
In giardino il ciliegio è fiorito agli scoppi del nuovo sole,
il quartiere si è presto riempito di neve di pioppi e di parole.
All' una in punto si sente il suono acciottolante che fanno i piatti,
le TV son un rombo di tuono per l' indifferenza scostante dei gatti;
come vedi tutto è normale in questa inutile sarabanda,
ma nell' intreccio di vita uguale soffia il libeccio di una domanda,
punge il rovaio d' un dubbio eterno, un formicaio di cose andate,
di chi aspetta sempre l' inverno per desiderare una nuova estate...
Son tornate a sbocciare le strade, ideali ricami del mondo,
ci girano tronfie la figlia e la madre nel viso uguali e nel culo tondo,
in testa identiche, senza storia, sfidando tutto, senza confini,
frantumano un attimo quella boria grida di rondini e ragazzini;
come vedi tutto è consueto in questo ingorgo di vita e morte,
ma mi rattristo, io sono lieto di questa pista di voglia e sorte,
di questa rete troppo smagliata, di queste mete lì da sognare,
di questa sete mai appagata, di chi starnazza e non vuol volare...
Appassiscono piano le rose, spuntano a grappi i frutti del melo,
le nuvole in alto van silenziose negli strappi cobalto del cielo.
Io sdraiato sull' erba verde fantastico piano sul mio passato,
ma l' età all' improvviso disperde quel che credevo e non sono stato;
come senti tutto va liscio in questo mondo senza patemi,
in questa vista presa di striscio, di svolgimento corretto ai temi,
dei miei entusiasmi durati poco, dei tanti chiasmi filosofanti,
di storie tragiche nate per gioco, troppo vicine o troppo distanti...
Ma il tempo, il tempo chi me lo rende? Chi mi dà indietro quelle stagioni
di vetro e sabbia, chi mi riprende la rabbia e il gesto, donne e canzoni,
gli amici persi, i libri mangiati, la gioia piana degli appetiti,
l' arsura sana degli assetati, la fede cieca in poveri miti?
Come vedi tutto è usuale, solo che il tempo stringe la borsa
e c'è il sospetto che sia triviale l' affanno e l' ansimo dopo una corsa,
l' ansia volgare del giorno dopo, la fine triste della partita,
il lento scorrere senza uno scopo di questa cosa... che chiami... vita...
(Francesco Guccini)
(Blaise Pascal)
Forse dovrei più darmi al “divertissement” Pascaliano, perché su me stesso ci rifletto già troppo e a volte mi fa male. Ultimamente sto pensando molto al vivere, o meglio, al modo in cui spesso non ci accorgiamo di vivere. Ci sono parti infinitesimali di luci, di colori e sapori, di situazioni, di giorni interi che ci sfuggono, che non riusciamo ad intrappolare e metabolizzare nel nostro vissuto. Cosa abbastanza naturale, ma non del tutto meccanica e voluta. Mi sto accorgendo di perdere piano piano tutte “piccole” cose che dimentico, ma che sono fondamentali e lo saranno nella memoria. Mi sto sforzando insomma di capire e ricordare ogni secondo che vivere è cercare il rosa del tramonto nel grigio delle grandi città, vivere vuol dire ringraziare e sorridere e fare tutto questo come cosa spontanea. Vivere è meravigliarsi sempre come i bambini, Zaumazein come diceva secoli fa un tale chiamato Aristotele (Mi duole dirlo caro Povia, ma scopiazzare i filosofi non è per nulla originale!). Vivere è capire di avere una famiglia straordinaria, e rendersi conto di questa fortuna ogni singolo giorno. Vivere vuol dire esagerare, eccedere nella ricerca di se stessi e mai accontentarsi di nulla. Vuol dire piangere commossi davanti a un “ti voglio bene” sussurrato da un amico vero. Vivere è conoscere un pochino le culture “altre”. Vivere è amare, qualsiasi attitudine e orientamento sessuale si abbia, perché nulla è contro natura e si deve essere indiscriminatamente liberi di amare. Amare con il corpo e con la testa. Vivere è fare i “romantici a Milano”, scarrozzati in vespa da una conoscenza un po’ casuale ma diventata assai preziosa. Vivere è anche arrabbiarsi, disperarsi, lamentarsi, sono tutte altre angolature importantissime! Ma vivere è non darsi mai per vinti, non mollare di fronte ai mille ostacoli che ti si pareranno davanti. Vivere è perdersi nel caldo delle note di un concerto d’estate, perdersi affascinati tra le strofe di una canzone splendida…una canzone speciale che parla di vita.
Gianni
Lettera
In giardino il ciliegio è fiorito agli scoppi del nuovo sole,
il quartiere si è presto riempito di neve di pioppi e di parole.
All' una in punto si sente il suono acciottolante che fanno i piatti,
le TV son un rombo di tuono per l' indifferenza scostante dei gatti;
come vedi tutto è normale in questa inutile sarabanda,
ma nell' intreccio di vita uguale soffia il libeccio di una domanda,
punge il rovaio d' un dubbio eterno, un formicaio di cose andate,
di chi aspetta sempre l' inverno per desiderare una nuova estate...
Son tornate a sbocciare le strade, ideali ricami del mondo,
ci girano tronfie la figlia e la madre nel viso uguali e nel culo tondo,
in testa identiche, senza storia, sfidando tutto, senza confini,
frantumano un attimo quella boria grida di rondini e ragazzini;
come vedi tutto è consueto in questo ingorgo di vita e morte,
ma mi rattristo, io sono lieto di questa pista di voglia e sorte,
di questa rete troppo smagliata, di queste mete lì da sognare,
di questa sete mai appagata, di chi starnazza e non vuol volare...
Appassiscono piano le rose, spuntano a grappi i frutti del melo,
le nuvole in alto van silenziose negli strappi cobalto del cielo.
Io sdraiato sull' erba verde fantastico piano sul mio passato,
ma l' età all' improvviso disperde quel che credevo e non sono stato;
come senti tutto va liscio in questo mondo senza patemi,
in questa vista presa di striscio, di svolgimento corretto ai temi,
dei miei entusiasmi durati poco, dei tanti chiasmi filosofanti,
di storie tragiche nate per gioco, troppo vicine o troppo distanti...
Ma il tempo, il tempo chi me lo rende? Chi mi dà indietro quelle stagioni
di vetro e sabbia, chi mi riprende la rabbia e il gesto, donne e canzoni,
gli amici persi, i libri mangiati, la gioia piana degli appetiti,
l' arsura sana degli assetati, la fede cieca in poveri miti?
Come vedi tutto è usuale, solo che il tempo stringe la borsa
e c'è il sospetto che sia triviale l' affanno e l' ansimo dopo una corsa,
l' ansia volgare del giorno dopo, la fine triste della partita,
il lento scorrere senza uno scopo di questa cosa... che chiami... vita...
(Francesco Guccini)
venerdì, giugno 09, 2006
ITALIA IMBAVAGLIATA


Ieri sera Beppe Grillo ha riunito al Teatro Carcano di Milano alcuni dei personaggi che, per motivi vari, sono scomparsi dal mondo televisivo. In pratica, i CENSURATI.
Sul palco erano presenti: Marco Travaglio, Antonio Cornacchione, Antonio Di Pietro, Natalino Balasso, Oliviero Beha, Tana de Zulueta e Gianni Barbacetto.
Il concetto fondamentale emerso è che, per la situazione vigente nel nostro Paese, i censurati non sono loro, siamo noi. E’ a noi che le informazioni arrivano in modo distorto, quando arrivano; siamo noi che riceviamo informazioni da un programma come “Secondo voi”, in cui Mediaset fa credere alla gente che lo guarda (spero poca) che Del Debbio sia un opinionista. Al contrario, egli risulta essere, tramite ricerche su internet, un consulente di Forza Italia nonché uno degli ideatori del partito; quando si dice un opinionista al di sopra delle parti…
Ogni giorno circa 24 milioni di italiani guardano la televisione e molti di essi incamerano, attraverso essa, le uniche informazioni di cui ritengono di avere bisogno. Non che i giornali diano una grossa mano per certi versi.
Oggi su Repubblica l’incontro compare in un box che non supera le 800 battute. Per capirci meglio lo stesso spazio che, più avanti nel giornale, viene dato ai cani antibomba presenti nell’albergo della Nazionale Italiana di calcio.
Per modificare tale situazione l’onorevole dei Verdi Tana de Zulueta ha esposto la proposta di una legge di iniziativa popolare per cambiare la televisione pubblica in Italia. L’obiettivo principale è quello di regolamentare la materia per assicurare il pluralismo, la libertà, l’obiettività, la correttezza e l’imparzialità delle trasmissioni di reti pubbliche e private, sottraendo il servizio pubblico all’ingerenza dei partiti. In sostanza, servono 50.000 firme entro la metà di luglio. Al momento ne sono state raccolte solo 35.000, per maggiori informazioni e per capire dove si può firmare c’è un sito internet: www.perunaltratv.it .
Le adesioni dimostrano la serietà del progetto e si nota, sul volantino informativo, che oltre ai presenti hanno aderito personaggi come Margherita Hack, Enzo Biagi, Paul Ginsborg, Giovanni Veronesi, Antonio Tabucchi, Carlo Verdone, Fernan Ozpetek, Sergio Castelitto, i fratelli Guzzanti, Lucio Dalla, Elio e le Storie Tese, Paolo Rossi, Lella Costa, Alessandro Haber, Claudio Amendola e Francesca Neri. Insieme a tanti altri che renderebbero la televisione italiana sicuramente migliore.
Si è parlato anche del referendum del 25 e 26 giugno ma su questo argomento le parole più adatte sono sicuramente quelle scritte da Beppe Grillo sul suo blog.
“Immaginatevi i costituenti come una squadra di calcio, di cui allo stadio gli altoparlanti leggono la formazione.
La squadra del 1948: De Gasperi, Moro, La Pira, Rossetti, Lazzati , Croce, Einaudi, Valiani, Calamandrei, Parri, Nitti, Saragat, Pertini, Nenni, Togliatti, Amendola, Terracini.
La squadra del 2005: Berlusconi, Previti, Dell’Utri, Tremonti, Berruti, Bondi, Schifani, Sgarbi, Bossi, Borghezio, Calderoli, Castelli, La Russa, Fini, Nania.
Buona parte dei nomi della prima squadra sono nelle enciclopedie, non solo in quelle italiane. Buona parte dei nomi della seconda sono negli elenchi degli indagati, dei patteggiati, dei condannati.
In un Paese normale i giocatori della prima squadra sarebbero custoditi nella memoria e nella stima di ogni cittadino. In un Paese normale molti dei giocatori della seconda squadra sarebbero custoditi da guardie o da infermieri professionisti.
Un italiano famoso disse che un tempo il 10% dei parlamentari erano il meglio del Paese, il 10 % il peggio e il resto rappresentava il livello medio della popolazione.
E’ curioso che la Costituzione del 1948 sia stata scritta dal 10% dei migliori e quella del 2005 dal 10 % dei peggiori. Nell’Italia della ricostruzione gli italiani c’erano: leggevano più giornali di oggi, gli iscritti ai partiti erano il triplo di oggi. Nell’Italia della demolizione, gli italiani sembrano assenti.
L’Italia da patria del diritto è diventata la patri del rovescio, gli avvocati giudicano i giudici, i fuorilegge scrivono le leggi. E adesso anche la Costituzione.
Ma delle regole della Costituzione sembra interessare poco non solo a Porta a Porta ma anche a metà degli italiani.
Con la modifica di oltre 50 articoli della Costituzione, il precedente Governo ha introdotto un falso federalismo, mettendo in pericolo l’unità nazionale, colpendo elementari diritti dei cittadini, delle lavoratrici e dei lavoratori, indebolendo i poteri di importanti organi costituzionali.
PER QUESTE RAGIONI TI CHIEDIAMO DI VOTARE NO ALLA CONSULTAZIONE POPOLARE CHE SI TERRA’ A GIUGNO 2006.” Beppe Grillo
Non serve a nulla votare alle elezioni politiche per poi stare 5 anni a braccia conserte sul divano guardando Maurizio Costanzo o Bruno Vespa. E’ necessario darsi da fare e collaborare nelle iniziative possibili per cambiare le cose, poiché, se molti personaggi in Italia sono ormai incollati al loro piedistallo, è necessario spingerlo un po’ dal sotto per farli tremare e fargli capire che si può cadere.
I cittadini sono coloro che devono detenere il potere nel nostro Paese, gli altri sono solo dipendenti.
Pinotto,8 giugno 2006
venerdì, giugno 02, 2006
Buy or Die!!! Gli inviti all’ascolto di Gianni
Potremmo anche dire “Burn or Die”, dato il prezzo esorbitante dei dischi e la tendenza, mia e immagino vostra, a masterizzare qualsiasi miscuglio di note vi troviate tra le mani! Comprate, masterizzate, insomma fate quello che volete. Il mio intento è solo quello di consigliarvi qualche bel disco, perché le sole parole a volte non bastano, possono avere l’essenziale bisogno di essere armonicamente accompagnate. Detto questo, non mi resta che iniziare, proponendovi la mia personalissima recensione dell’ultimo full lenght targato Thursday.
Enjoy and keep on rockin’,
Gianni.

Thursday: A city by The Light Divided (Island/Victoy 2006)
Voto: 8
Certi dischi fanno proprio male. Ti colpiscono duramente, lasciando ferite aperte che difficilmente si rimarginano. L’ultima fatica del sestetto di New Brunswick ne è prova lampante: un lungo e doloroso percorso introspettivo che segna un continuum con il precedente capolavoro “War All The Time”. La guerra, quella che ogni giorno combattiamo nella nostra coscienza, questa volta ha frangenti urbani, ha il suono di lamiere che collidono brutalmente, il colore grigio della metropoli, l’odore di sogni bruciati e il sapore amaro del disincanto. Le luci si spengono e non ci resta che correre inseguiti da un treno avvolto dalle fiamme che viaggia ad alta velocità, per fuggire dalle nostre paure, dalle nostre inquietudini (“Counting 5-4-3-2-1”). Le chitarre, a tratti dolci e dilatate, a tratti nervose quanto la sofferta voce del frontman Geoff Rickly, sono il filo rosso che tiene assieme le undici tracce di questo lavoro, come sempre impreziosito da un tappeto sonoro all’altezza della situazione (ascoltare i loop di “At this velocity” per conferma). Ma il vero punto forte è indubbiamente rappresentato dai testi: le parole sono taglienti e cupe, ci raccontano la vera storia di una generazione quasi rassegnata al suo destino, che ha ben poco in cui credere (“fractured lives dissolving like sugar in the sacrament”), circondata dall’insicurezza fisica ed emotiva, sola ed inascoltata, seppur aggrappata ancora ad un sottile barlume di rivincita su un sistema corrotto e tirannico ( nella splendida “We will overcome” non mancano i riferimenti alla politica estera attuata dall’amministrazione Bush). L’unica pecca la si può individuare nell’uso massiccio di tastiere ed inserti elettronici , a volte ridondanti e sconsiderati, che fa perdere mordente e addolcisce le atmosfere più del dovuto. Detto questo, “A city by the light divided” è un disco curato e piacevole, forse meno diretto e digeribile di “War all the time” (la cui bontà compositiva resta inarrivabile), ma degno di essere ascoltato ed apprezzato in tutte le sue sfaccettature. Un disco con cui sollazzarsi nell’attesa di vederli finalmente suonare in Italia (agli inizi di settembre a Milano al “Rock in Hydro”…concerto imperdibile!), dedicato a tutti gli amanti dell’emo intimista e per nulla sdolcinato, ai “lovesong writers” senza speranze, o più semplicemente a chi vuole godersi quarantasei minuti di buona musica.
Website: www.thursday.net
Enjoy and keep on rockin’,
Gianni.

Thursday: A city by The Light Divided (Island/Victoy 2006)
Voto: 8
Certi dischi fanno proprio male. Ti colpiscono duramente, lasciando ferite aperte che difficilmente si rimarginano. L’ultima fatica del sestetto di New Brunswick ne è prova lampante: un lungo e doloroso percorso introspettivo che segna un continuum con il precedente capolavoro “War All The Time”. La guerra, quella che ogni giorno combattiamo nella nostra coscienza, questa volta ha frangenti urbani, ha il suono di lamiere che collidono brutalmente, il colore grigio della metropoli, l’odore di sogni bruciati e il sapore amaro del disincanto. Le luci si spengono e non ci resta che correre inseguiti da un treno avvolto dalle fiamme che viaggia ad alta velocità, per fuggire dalle nostre paure, dalle nostre inquietudini (“Counting 5-4-3-2-1”). Le chitarre, a tratti dolci e dilatate, a tratti nervose quanto la sofferta voce del frontman Geoff Rickly, sono il filo rosso che tiene assieme le undici tracce di questo lavoro, come sempre impreziosito da un tappeto sonoro all’altezza della situazione (ascoltare i loop di “At this velocity” per conferma). Ma il vero punto forte è indubbiamente rappresentato dai testi: le parole sono taglienti e cupe, ci raccontano la vera storia di una generazione quasi rassegnata al suo destino, che ha ben poco in cui credere (“fractured lives dissolving like sugar in the sacrament”), circondata dall’insicurezza fisica ed emotiva, sola ed inascoltata, seppur aggrappata ancora ad un sottile barlume di rivincita su un sistema corrotto e tirannico ( nella splendida “We will overcome” non mancano i riferimenti alla politica estera attuata dall’amministrazione Bush). L’unica pecca la si può individuare nell’uso massiccio di tastiere ed inserti elettronici , a volte ridondanti e sconsiderati, che fa perdere mordente e addolcisce le atmosfere più del dovuto. Detto questo, “A city by the light divided” è un disco curato e piacevole, forse meno diretto e digeribile di “War all the time” (la cui bontà compositiva resta inarrivabile), ma degno di essere ascoltato ed apprezzato in tutte le sue sfaccettature. Un disco con cui sollazzarsi nell’attesa di vederli finalmente suonare in Italia (agli inizi di settembre a Milano al “Rock in Hydro”…concerto imperdibile!), dedicato a tutti gli amanti dell’emo intimista e per nulla sdolcinato, ai “lovesong writers” senza speranze, o più semplicemente a chi vuole godersi quarantasei minuti di buona musica.
Website: www.thursday.net
venerdì, maggio 26, 2006
A volte la vita è come un campo da tennis, girano le palle. Pinotto

Questo fine settimana si vota per l’elezione del sindaco di Milano e, osservando le vie della nostra città, sorge spontanea una domanda:” Ci saremo presentati tutti come consiglieri comunali?” Altrimenti, quei cento o duecento che mancano all’appello possono affiggere qualche manifesto ugualmente per non perdere l’evento: il primo ex aequo, cioè tutti voteranno sé stessi.
L’Ulivo ne ha almeno cinquanta con la giacca marrone, gli occhiali e lo sguardo triste; A.N. ha praticamente tutte le bionde dai trenta ai quaranta, le quali, sui manifesti, sfoggiano tailleur e sorrisi a cento denti; Forza Italia ha migliaia di ragazzi dal completo blu identico(forse è una divisa stile squadra di calcio?…), i quali hanno fretta di portare “libertà” e “valori” in città.
Il mio quesito è uno:”Ma quanti soldi questi personaggi, questi partiti hanno buttato nel pertugio del gabinetto?(espressione usata per non cadere nella volgarità). A mio parere l’Italia è l’unico paese in cui pur di ricoprire un ruolo, pur di essere visibili, le madri litigano per fare le rappresentanti di classe, i padri si scannano per chi deve ottenere i gradi di capitano nella squadra di calcetto aziendale.
Un candidato, senza citare nomi e partiti, ha scritto sul proprio volantino: 32 anni, esercito la professione di avvocato, sono giornalista pubblicista e collaboro con un’organizzazione per il miglioramento della città. Cos’è, vuole rinunciare a dormire per fare il consigliere comunale?
Un altro ha scritto: “Etica, Sport, Giovani” solo 3 parole per cambiare Milano.
“Troie, Rhum e Cocaina”, sempre tre parole ma, secondo me, molto più incisive.
L’ultima nota è per uno che, presentandosi sempre per il consiglio comunale, ha scritto sui manifesti: Aboliremo l’Ici. Così mi sono chiesto:”Guarda questo che copia gli slogan delle elezioni politiche”. Poi, guardando la faccia, ho capito che, nella zona di Arcore, “sbagliare è umano, perseverare è diabolico”, non deve essere un proverbio conosciutissimo…
sabato, maggio 20, 2006
Potere alla Parola (rubrica a cura del vostro Gianni)
Parliamo di morte, ma non per essere macabri a tutti i costi. Parliamo spesso di morte, magari per esorcizzare la paura. Parliamo di morte, come se fosse un argomento un po’ scomodo. E’ l’unica certezza che abbiamo, ma è una certezza che non ci rassicura, ci intimorisce. Eppure ne abbiamo pieni gli occhi ogni giorno, a volte ne siamo indirettamente coinvolti. E’ maestosa nel suo sinistro fascino, e davanti a lei non si può che rimanere in silenzio, o quasi. Fino al giorno in cui ci prenderà per mano e ci porterà via dal mondo, non sarà che un sovrappensiero (come elegantemente cantava Morgan tempo fa). Parliamo di morte, ma ognuno ne parla a modo suo…
Gianni.
Scelte
Scegliere una porta significa non aprirne altre.
Un piacere presuppone che molti piaceri non verranno
vissuti, così come ogni tristezza dispensa da tante tristezze.
L'amante che porti a letto è uno tra tutti quelli possibili.
La parola per cui opti impedisce l'uso di un numero
indefinito di parole.
Visiti un luogo perchè altri luoghi restino ad aspettarti.
Solo il giorno che sorge per la tua morte è un giorno
qualsiasi, una casualità.
(Abilio Estevez)
Xenia I; 4
Avevamo studiato per l’aldilà
Un fischio, un segno di riconoscimento.
Mi provo a modularlo nella speranza
Che tutti siamo già morti senza saperlo.
(Eugenio Montale)
La fine del giorno
Sotto una luce bigia, senza posa,
senza ragione, si contorce e incalza
danzando, spudorata e rumorosa,
la Vita: così, poi, quando s’innalza
voluttuosa la notte all’orizzonte,
e tutto, anche le fami, in sé racqueta,
tutto annuvola e spegne, anche le onte,
“Eccoti, alfine!” mormora il poeta.
“Pace ti chiede il mio spirito ed ogni
mia fibra, pace, e null’altro elisire;
ricolmo il cuore di funebri sogni,
vo’ stendere le mie membra supine
nella frescura delle tue cortine
e quivi sempre, o tenebra, dormire!”
(Charles Baudelaire)
Memento Mori
Non c’è più posto per noi
che siamo solo di passaggio
in questo lento e lungo viaggio.
Prova ad affacciarti
alla porta del tuo essere,
guarda piovere i vagiti
di rimorsi di coscienza appena nati.
E non scordarti
che i bei momenti sono effimeri;
tutti gli sguardi, i sorrisi e la dolcezza
non fan che parte di un grimorio nero
scritto con inchiostro di tristezza.
Memento mori…
Ora sei solo in una cripta
e respiri un ancestrale dolore,
con mille teschi che ti scrutano
ti giudicano e osservano
passare lentamente le tue ore.
Sic transit gloria…
In un attimo sei polvere
dispersa nella coltre della morte.
Qui finisce la tua storia
qui si fermano i singulti
esalati piano e forte
di piaceri avuti e tolti.
(Nicolò Cascinu)
'A Livella
Ogn'anno, il due novembre, c'e' l'usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno ll'adda fà chesta crianza;
ognuno adda tené chistu penziero.
Ogn'anno, puntualmente,in questo giorno,
di questa triste e mesta ricorrenza,
anch'io ci vado, e con dei fiori adorno
il loculo marmoreo 'e zi' Vicenza.
St'anno m'é capitato 'navventura....
dopo di aver compiuto il triste omaggio.
Madonna! si ce penzo, e che paura!,
ma po' facette un'anema e curaggio.
'O fatto è chisto, statemi a sentire:
s'avvicinava ll'ora d'à chiusura:
io, tomo tomo, stavo per uscire
buttando un occhio a qualche sepoltura.
"Qui dorme in pace il nobile marchese
signore di Rovigo e di Belluno
ardimentoso eroe di mille imprese
morto l'11 maggio del 31"
'O stemma cu 'a curona 'ncoppa a tutto...
...sotto 'na croce fatta 'e lampadine;
tre mazze 'e rose cu 'na lista 'e lutto:
cannele, cannelotte e sei lumine.
Proprio azzeccata 'a tomba 'e stu signore
nce stava 'n 'ata tomba piccerella,
abbandunata, senza manco un fiore;
pe' segno, sulamente 'na crucella.
E ncoppa 'a croce appena se liggeva:
" Esposito Gennaro - netturbino ":
guardannola, che ppena me faceva
stu muorto senza manco nu lumino!
Questa è la vita! 'ncapo a me penzavo...
chi ha avuto tanto e chi nun ave niente!
Stu povero maronna s'aspettava
ca pur all'atu munno era pezzente?
Mentre fantasticavo stu penziero,
s'era ggià fatta quase mezanotte,
e i'rimanette 'nchiuso priggiuniero,
muorto 'e paura...nnanze 'e cannelotte.
Tutto a 'nu tratto,che veco 'a luntano?
Ddoje ombre avvicenarse 'a parte mia...
Penzaje: stu fatto a me mme pare strano...
Stongo scetato...dormo, o è fantasia?
Ate che fantasia;era 'o Marchese:
c'o' tubbo, 'a caramella e c'o' pastrano;
chill'ato apriesso a isso un brutto arnese;
tutto fetente e cu 'nascopa mmano.
E chillo certamente è don Gennaro...
'o muorto puveriello...'o scupatore.
'Int 'a stu fatto i' nun ce veco chiaro:
so' muorte e se ritirano a chest'ora?
Putevano stà 'a me quase 'nu palmo,
quanno 'o Marchese se fermaje 'e botto,
s'avota e tomo tomo...calmo calmo,
dicette a don Gennaro: "Giovanotto!
Da Voi vorrei saper, vile carogna,
con quale ardire e come avete osato
di farvi seppellir, per mia vergogna,
accanto a me che sono blasonato!
La casta è casta e va, si, rispettata,
ma Voi perdeste il senso e la misura;
la Vostra salma andava, si, inumata;
ma seppellita nella spazzatura!
Ancora oltre sopportar non posso
la Vostra vicinanza puzzolente,
fa d'uopo, quindi, che cerchiate un fosso
tra i vostri pari, tra la vostra gente"
"Signor Marchese, nun è colpa mia,
i'nun v'avesse fatto chistu tuorto;
mia moglie è stata a ffa' sta fesseria,
i' che putevo fa' si ero muorto?
Si fosse vivo ve farrei cuntento,
pigliasse 'a casciulella cu 'e qquatt'osse
e proprio mo, obbj'...'nd'a stu mumento
mme ne trasesse dinto a n'ata fossa".
"E cosa aspetti, oh turpe malcreato,
che l'ira mia raggiunga l'eccedenza?
Se io non fossi stato un titolato
avrei già dato piglio alla violenza!"
"Famme vedé... piglia sta violenza...
'A verità, Marché, mme so' scucciato
'e te senti;e si perdo 'a pacienza,
mme scordo ca so' muorto e so mazzate!...
Ma chi te cride d'essere...nu ddio?
Ccà dinto,'o vvuo capi, ca simmo eguale?...
...Muorto si'tu e muorto so' pur'io;
ognuno comme a 'na'ato é tale e quale".
"Lurido porco!...Come ti permetti
paragonarti a me ch'ebbi natali
illustri, nobilissimi e perfetti,
da fare invidia a Principi Reali?".
"Tu qua' Natale... Pasca e Ppifania!!!
T''o vvuo' mettere 'ncapo...'int'a cervella
che staje malato ancora e' fantasia?...
'A morte 'o ssaje ched''e?...è una livella.
'Nu rre, 'nu maggistrato,'nu grand'ommo,
trasenno stu canciello ha fatt'o punto
c'ha perzo tutto, 'a vita e pure 'o nomme:
tu nu t'hè fatto ancora chistu cunto?
Perciò,stamme a ssenti... nun fa 'o restivo,
suppuorteme vicino che te 'mporta?
Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive:
nuje simmo serie...appartenimmo à morte!"
(Antonio De Curtis, meglio noto come Totò)
Gianni.
Scelte
Scegliere una porta significa non aprirne altre.
Un piacere presuppone che molti piaceri non verranno
vissuti, così come ogni tristezza dispensa da tante tristezze.
L'amante che porti a letto è uno tra tutti quelli possibili.
La parola per cui opti impedisce l'uso di un numero
indefinito di parole.
Visiti un luogo perchè altri luoghi restino ad aspettarti.
Solo il giorno che sorge per la tua morte è un giorno
qualsiasi, una casualità.
(Abilio Estevez)
Xenia I; 4
Avevamo studiato per l’aldilà
Un fischio, un segno di riconoscimento.
Mi provo a modularlo nella speranza
Che tutti siamo già morti senza saperlo.
(Eugenio Montale)
La fine del giorno
Sotto una luce bigia, senza posa,
senza ragione, si contorce e incalza
danzando, spudorata e rumorosa,
la Vita: così, poi, quando s’innalza
voluttuosa la notte all’orizzonte,
e tutto, anche le fami, in sé racqueta,
tutto annuvola e spegne, anche le onte,
“Eccoti, alfine!” mormora il poeta.
“Pace ti chiede il mio spirito ed ogni
mia fibra, pace, e null’altro elisire;
ricolmo il cuore di funebri sogni,
vo’ stendere le mie membra supine
nella frescura delle tue cortine
e quivi sempre, o tenebra, dormire!”
(Charles Baudelaire)
Memento Mori
Non c’è più posto per noi
che siamo solo di passaggio
in questo lento e lungo viaggio.
Prova ad affacciarti
alla porta del tuo essere,
guarda piovere i vagiti
di rimorsi di coscienza appena nati.
E non scordarti
che i bei momenti sono effimeri;
tutti gli sguardi, i sorrisi e la dolcezza
non fan che parte di un grimorio nero
scritto con inchiostro di tristezza.
Memento mori…
Ora sei solo in una cripta
e respiri un ancestrale dolore,
con mille teschi che ti scrutano
ti giudicano e osservano
passare lentamente le tue ore.
Sic transit gloria…
In un attimo sei polvere
dispersa nella coltre della morte.
Qui finisce la tua storia
qui si fermano i singulti
esalati piano e forte
di piaceri avuti e tolti.
(Nicolò Cascinu)
'A Livella
Ogn'anno, il due novembre, c'e' l'usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno ll'adda fà chesta crianza;
ognuno adda tené chistu penziero.
Ogn'anno, puntualmente,in questo giorno,
di questa triste e mesta ricorrenza,
anch'io ci vado, e con dei fiori adorno
il loculo marmoreo 'e zi' Vicenza.
St'anno m'é capitato 'navventura....
dopo di aver compiuto il triste omaggio.
Madonna! si ce penzo, e che paura!,
ma po' facette un'anema e curaggio.
'O fatto è chisto, statemi a sentire:
s'avvicinava ll'ora d'à chiusura:
io, tomo tomo, stavo per uscire
buttando un occhio a qualche sepoltura.
"Qui dorme in pace il nobile marchese
signore di Rovigo e di Belluno
ardimentoso eroe di mille imprese
morto l'11 maggio del 31"
'O stemma cu 'a curona 'ncoppa a tutto...
...sotto 'na croce fatta 'e lampadine;
tre mazze 'e rose cu 'na lista 'e lutto:
cannele, cannelotte e sei lumine.
Proprio azzeccata 'a tomba 'e stu signore
nce stava 'n 'ata tomba piccerella,
abbandunata, senza manco un fiore;
pe' segno, sulamente 'na crucella.
E ncoppa 'a croce appena se liggeva:
" Esposito Gennaro - netturbino ":
guardannola, che ppena me faceva
stu muorto senza manco nu lumino!
Questa è la vita! 'ncapo a me penzavo...
chi ha avuto tanto e chi nun ave niente!
Stu povero maronna s'aspettava
ca pur all'atu munno era pezzente?
Mentre fantasticavo stu penziero,
s'era ggià fatta quase mezanotte,
e i'rimanette 'nchiuso priggiuniero,
muorto 'e paura...nnanze 'e cannelotte.
Tutto a 'nu tratto,che veco 'a luntano?
Ddoje ombre avvicenarse 'a parte mia...
Penzaje: stu fatto a me mme pare strano...
Stongo scetato...dormo, o è fantasia?
Ate che fantasia;era 'o Marchese:
c'o' tubbo, 'a caramella e c'o' pastrano;
chill'ato apriesso a isso un brutto arnese;
tutto fetente e cu 'nascopa mmano.
E chillo certamente è don Gennaro...
'o muorto puveriello...'o scupatore.
'Int 'a stu fatto i' nun ce veco chiaro:
so' muorte e se ritirano a chest'ora?
Putevano stà 'a me quase 'nu palmo,
quanno 'o Marchese se fermaje 'e botto,
s'avota e tomo tomo...calmo calmo,
dicette a don Gennaro: "Giovanotto!
Da Voi vorrei saper, vile carogna,
con quale ardire e come avete osato
di farvi seppellir, per mia vergogna,
accanto a me che sono blasonato!
La casta è casta e va, si, rispettata,
ma Voi perdeste il senso e la misura;
la Vostra salma andava, si, inumata;
ma seppellita nella spazzatura!
Ancora oltre sopportar non posso
la Vostra vicinanza puzzolente,
fa d'uopo, quindi, che cerchiate un fosso
tra i vostri pari, tra la vostra gente"
"Signor Marchese, nun è colpa mia,
i'nun v'avesse fatto chistu tuorto;
mia moglie è stata a ffa' sta fesseria,
i' che putevo fa' si ero muorto?
Si fosse vivo ve farrei cuntento,
pigliasse 'a casciulella cu 'e qquatt'osse
e proprio mo, obbj'...'nd'a stu mumento
mme ne trasesse dinto a n'ata fossa".
"E cosa aspetti, oh turpe malcreato,
che l'ira mia raggiunga l'eccedenza?
Se io non fossi stato un titolato
avrei già dato piglio alla violenza!"
"Famme vedé... piglia sta violenza...
'A verità, Marché, mme so' scucciato
'e te senti;e si perdo 'a pacienza,
mme scordo ca so' muorto e so mazzate!...
Ma chi te cride d'essere...nu ddio?
Ccà dinto,'o vvuo capi, ca simmo eguale?...
...Muorto si'tu e muorto so' pur'io;
ognuno comme a 'na'ato é tale e quale".
"Lurido porco!...Come ti permetti
paragonarti a me ch'ebbi natali
illustri, nobilissimi e perfetti,
da fare invidia a Principi Reali?".
"Tu qua' Natale... Pasca e Ppifania!!!
T''o vvuo' mettere 'ncapo...'int'a cervella
che staje malato ancora e' fantasia?...
'A morte 'o ssaje ched''e?...è una livella.
'Nu rre, 'nu maggistrato,'nu grand'ommo,
trasenno stu canciello ha fatt'o punto
c'ha perzo tutto, 'a vita e pure 'o nomme:
tu nu t'hè fatto ancora chistu cunto?
Perciò,stamme a ssenti... nun fa 'o restivo,
suppuorteme vicino che te 'mporta?
Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive:
nuje simmo serie...appartenimmo à morte!"
(Antonio De Curtis, meglio noto come Totò)
martedì, maggio 16, 2006
Febbre a 90’, calcio e vita secondo me, Pinotto.
Un giornalista chiese alla teologa tedesca Dorothe Solle: “Come spiegherebbe ad un bambino che cosa è la felicità?” ”Non glielo spiegherei” rispose lei,”gli darei un pallone per farlo giocare”.
Questa frase, pubblicata in un libro di Edoardo Galeano di qualche anno fa, sembra non c’entrare molto con la situazione disperata in cui versa oggi il nostro mondo calcistico.
Tuttavia l’unico ancoraggio a cui serve aggrapparsi in questo momento resta appunto la felicità nel praticare e nel seguire lo sport che amiamo. Non credo che Luciano Moggi e compagnia telefonante abbiano il potere di toglierci anche quella, ciò nonostante, se ci proveranno, noi non gli risponderemo. Battute a parte credo che un ruolo in particolare esca particolarmente umiliato e svilito da questa vicenda, quello dell’arbitro. La sua figura mi ha portato a riflettere, e non poco, sui ricordi che ho di questa categoria di persone e sulla loro psicologia.
Ho passato la mia adolescenza in un paese fuori Milano dove il campo di calcio era rappresentato dal giardino di fronte al portone di casa. In tutti gli anni passati a correre e tirare il pallone su quel fazzoletto di terra non mi è mai capitato di incontrare un mio coetaneo che avesse voglia di uscire dal divertimento per porsi al di sopra delle parti e fare appunto l’arbitro. I rigori venivano assegnati quando il wrestling vicino alla porta si sostituiva al football, non c’era come logico il fuorigioco mentre calci d’angolo e rimesse dal fondo erano di piena responsabilità del portiere, il quale avendo una visuale perfetta fungeva da giudice. Le uniche eccezioni, sporadiche, erano i genitori. Alcuni padri, naturalmente, spesso più per stare con i figli che per divertimento, accettavano il ruolo. Fin qua nulla di strano si potrebbe pensare, vero? Appunto è quello che ho pensato io. Chi ha in corpo così tanto masochismo da rinunciare a segnare 10 gol in un pomeriggio d’estate con gli amici per beccarsi insulti e parolacce per tre rigori fischiati?
Quanti bambini oggi sognano di andare ai mondiali al posto di Ronaldinho o di Totti?molti!!E quanti invece vorrebbero essere nei panni di Rosetti o di Merk?Pochi credo, pochissimi!!
A mio parere il giudice della “contesa” calcistica dovrebbe ricevere quantità di denaro più cospicue di coloro che partecipano e si divertono per non cadere nelle tentazioni viste ed ascoltate in questi giorni.
Altrimenti si prospetta un sano ritorno all’infanzia, per lo meno la mia: “quando sbatti la faccia nel fango e sulla tuta ci sono i segni delle scarpe del difensore avversario, beh allora è rigore ed è talmente netto che non c’è neppure bisogno della moviola”.
Questa frase, pubblicata in un libro di Edoardo Galeano di qualche anno fa, sembra non c’entrare molto con la situazione disperata in cui versa oggi il nostro mondo calcistico.
Tuttavia l’unico ancoraggio a cui serve aggrapparsi in questo momento resta appunto la felicità nel praticare e nel seguire lo sport che amiamo. Non credo che Luciano Moggi e compagnia telefonante abbiano il potere di toglierci anche quella, ciò nonostante, se ci proveranno, noi non gli risponderemo. Battute a parte credo che un ruolo in particolare esca particolarmente umiliato e svilito da questa vicenda, quello dell’arbitro. La sua figura mi ha portato a riflettere, e non poco, sui ricordi che ho di questa categoria di persone e sulla loro psicologia.
Ho passato la mia adolescenza in un paese fuori Milano dove il campo di calcio era rappresentato dal giardino di fronte al portone di casa. In tutti gli anni passati a correre e tirare il pallone su quel fazzoletto di terra non mi è mai capitato di incontrare un mio coetaneo che avesse voglia di uscire dal divertimento per porsi al di sopra delle parti e fare appunto l’arbitro. I rigori venivano assegnati quando il wrestling vicino alla porta si sostituiva al football, non c’era come logico il fuorigioco mentre calci d’angolo e rimesse dal fondo erano di piena responsabilità del portiere, il quale avendo una visuale perfetta fungeva da giudice. Le uniche eccezioni, sporadiche, erano i genitori. Alcuni padri, naturalmente, spesso più per stare con i figli che per divertimento, accettavano il ruolo. Fin qua nulla di strano si potrebbe pensare, vero? Appunto è quello che ho pensato io. Chi ha in corpo così tanto masochismo da rinunciare a segnare 10 gol in un pomeriggio d’estate con gli amici per beccarsi insulti e parolacce per tre rigori fischiati?
Quanti bambini oggi sognano di andare ai mondiali al posto di Ronaldinho o di Totti?molti!!E quanti invece vorrebbero essere nei panni di Rosetti o di Merk?Pochi credo, pochissimi!!
A mio parere il giudice della “contesa” calcistica dovrebbe ricevere quantità di denaro più cospicue di coloro che partecipano e si divertono per non cadere nelle tentazioni viste ed ascoltate in questi giorni.
Altrimenti si prospetta un sano ritorno all’infanzia, per lo meno la mia: “quando sbatti la faccia nel fango e sulla tuta ci sono i segni delle scarpe del difensore avversario, beh allora è rigore ed è talmente netto che non c’è neppure bisogno della moviola”.
martedì, maggio 09, 2006
Febbre a 90’, calcio e vita secondo me, Pinotto.
Le intercettazioni telefoniche sono l’argomento del momento. Prima la politica con il caso Storace ed ora, come un uragano, le telefonate tra Moggi e molti altri personaggi di rilievo del mondo del calcio. Il nostro blog, nel suo piccolo, si è dato da fare e grazie alle strutture regalateci dal pm di Torino, Guariniello, siamo riusciti ad ascoltare una telefonata tra due nostri amici che ci ha sconvolto ne riportiamo qui il contenuto:
Giovanni: Ciao Gio!
Giorgio: Ciao Giò…Come va?
Giovanni: Tutto a posto. Tu?
Giorgio: Tutto ok! Ma hai controllato se c’è lì intorno qualcuno che può sentire?
Giovanni: Lascia stare. Ho chiuso tutte le porte, siamo in una botte di ferro.
Giorgio: Li hai presi allora ‘sti biglietti per il grande Gigi ( D’Alessio,n.d.r.)?
Giovanni: E’ un casino. Sono finiti in giro, sono riuscito a prenderli solo su Internet a 100 euro l’uno.
Giorgio: Hai fatto troppo bene. Ti uccidevo se ce lo perdevamo, ti ricordo che due anni fa l’abbiamo saltato per andare a vedere Ivana Spagna perché dicevi che era da non perdere perché avrebbe smesso. Invece ha fatto ancora un sacco di singoli stupendi e dovremo tornare assolutamente.
Giovanni: Comunque ho una news da paura ma siediti prima…
Giorgio: Sono seduto, sto guardando il Dvd col meglio dei Pooh.
Giovanni: Forse un mio amico ci dà i pass per il backstage di Gigi!!!!
Giorgio: No…
Giovanni: E non è finita, se ti decidi ad imparare finalmente tutta “Il cammino dell’età” forse ci chiamano sul palco a cantarla. Ho comprato 100 suoi cd per partecipare ed è sicuro che vinciamo…
Giorgio: Sei un pirla!!!C’è in palio ‘sta cosa incredibile e ne hai comprati solo 100?a calci ti ci mando da Ricordi a prenderne minimo altri 200 e prendi quelli doppi da 40 euro col Dvd in cui Gigi mangia la pizza a Napoli, è l’unico che non ho!!
Giovanni: Vado allora…
Giorgio: Oh ora ti saluto che Valentina, mia sorella, m’ha tolto il cd di Pappalardo e ha messo su gli Arctic Monkeys. Devo correre a cambiarlo che quello schifo non si può paragonare a “Ricominciamo”.
Giovanni: Ciao.
Giorgio: Ciao.
L’intercettazione telefonica verrà cancellata se i due soggetti si decideranno a partecipare al nostro blog, resta comunque lo stupore e lo sdegno per quello che si sono detti.
Giovanni: Ciao Gio!
Giorgio: Ciao Giò…Come va?
Giovanni: Tutto a posto. Tu?
Giorgio: Tutto ok! Ma hai controllato se c’è lì intorno qualcuno che può sentire?
Giovanni: Lascia stare. Ho chiuso tutte le porte, siamo in una botte di ferro.
Giorgio: Li hai presi allora ‘sti biglietti per il grande Gigi ( D’Alessio,n.d.r.)?
Giovanni: E’ un casino. Sono finiti in giro, sono riuscito a prenderli solo su Internet a 100 euro l’uno.
Giorgio: Hai fatto troppo bene. Ti uccidevo se ce lo perdevamo, ti ricordo che due anni fa l’abbiamo saltato per andare a vedere Ivana Spagna perché dicevi che era da non perdere perché avrebbe smesso. Invece ha fatto ancora un sacco di singoli stupendi e dovremo tornare assolutamente.
Giovanni: Comunque ho una news da paura ma siediti prima…
Giorgio: Sono seduto, sto guardando il Dvd col meglio dei Pooh.
Giovanni: Forse un mio amico ci dà i pass per il backstage di Gigi!!!!
Giorgio: No…
Giovanni: E non è finita, se ti decidi ad imparare finalmente tutta “Il cammino dell’età” forse ci chiamano sul palco a cantarla. Ho comprato 100 suoi cd per partecipare ed è sicuro che vinciamo…
Giorgio: Sei un pirla!!!C’è in palio ‘sta cosa incredibile e ne hai comprati solo 100?a calci ti ci mando da Ricordi a prenderne minimo altri 200 e prendi quelli doppi da 40 euro col Dvd in cui Gigi mangia la pizza a Napoli, è l’unico che non ho!!
Giovanni: Vado allora…
Giorgio: Oh ora ti saluto che Valentina, mia sorella, m’ha tolto il cd di Pappalardo e ha messo su gli Arctic Monkeys. Devo correre a cambiarlo che quello schifo non si può paragonare a “Ricominciamo”.
Giovanni: Ciao.
Giorgio: Ciao.
L’intercettazione telefonica verrà cancellata se i due soggetti si decideranno a partecipare al nostro blog, resta comunque lo stupore e lo sdegno per quello che si sono detti.
mercoledì, maggio 03, 2006
Potere alla Parola (rubrica a cura del vostro Gianni)
C’era una volta un regime sovietico in Cecoslovacchia. Questo regime creava malcontento, tanto da spingere il partito comunista nazionale ad appoggiare alcune idee riformiste. Il socialismo liberale che stava per fiorire sul cemento rosso aveva un volto umano, il volto di Alexander Dubček, ed il sostegno di quasi tutto il popolo. Era la Primavera di Praga. Tutto questo era pericolo per l’URSS, minaccia per la stabilità sovietica ed allarme geopolitico rilevante (la Cecoslovacchia rappresentava un avamposto strategico e la sua perdita avrebbe causato un duro colpo in Guerra Fredda). Ecco allora il realizzarsi concreto della Dottrina Brežnev: 600 mila soldati, quasi 7 mila carri armati invadono il Paese. 1968. Praga e Bratislava insorgono, l’esercito del Patto di Varsavia reprime le rivolte in un bagno di sangue. Centinaia di dimostranti uccisi. Un anno dopo l’atto simbolo della protesta: lo studente Jan Palach si brucia vivo a Praga in piazza Venceslao. Dopo l’occupazione molte delusioni, molte lacrime amare, anni di teste basse e schiene piegate. Bisognerà aspettare l’inverno del 1989 per rivedere le mobilitazioni, la “Sametová Revoluce” che rovescerà con impeto vellutato il regime comunista e porterà alla formazione delle 2 repubbliche democratiche che oggi ben conosciamo.
Cosa è rimasto oggi di quello spirito? La domanda mi attanaglia mentre assaporo le bellezze di Praga, mentre respiro la sua storia passeggiando per la Città Vecchia. Quella che era una città dall’animo triste ed oppresso oggi fa i conti con l’Occidente e le sue proposte neoliberiste. Hanno molta voglia di fare i Cechi. Molta voglia di riscattarsi dopo 40 anni di prigionia, e tanti desideri ancora da realizzare. Ma non tutti vivono felici e contenti. La favola del consumismo ha grossi scheletri nell’armadio. Me ne accorgo quando mi immergo nella folla di piazza Venceslao. Quei 700 metri di strada che erano la cartina al tornasole della rivolta per la libertà ora sono sacri templi del vizio, stracolmi di improvvisati papponi, buttadentro, casinò e spacciatori di droga, ragazze bellissime, di una bellezza disarmante, che ti guardano come se già sapessero tutto di te, e per qualche migliaio di corone possono donarti un’ora di amore. Personaggi che regalano promesse e promettono regali. Poco a che vedere con i ragazzi del ’68, con il sacrificio di Palach proprio in quella piazza. Ma non voglio ricordarla solo così. Praga ha ben altro da offrire. Non sono infatti i paradisi artificiali che ti affascinano, ma quelli concreti dei suoi monumenti, della Moldava e dei suoi ponti, i ristoranti tipici ed i caffè, i suoi quartieri, l’inglese un po’ sguaiato ma dolcissimo delle fanciulle locali, i sorrisi della gente e dei turisti, i castelli e le cattedrali, la pioggia fine fine che pulisce le strade. La sua primavera, quella passata e quella odierna.
Gianni
Primavera di Praga
Di antichi fasti la piazza vestita
grigia guardava la nuova sua vita,
come ogni giorno la notte arrivava,
frasi consuete sui muri di Praga,
ma poi la piazza fermò la sua vita
e breve ebbe un grido la folla smarrita
quando la fiamma violenta ed atroce
spezzò gridando ogni suono di voce...
Son come falchi quei carri appostati,
corron parole sui visi arrossati,
corre il dolore bruciando ogni strada
e lancia grida ogni muro di Praga.
Quando la piazza fermò la sua vita,
sudava sangue la folla ferita,
quando la fiamma col suo fumo nero
lasciò la terra e si alzò verso il cielo,
quando ciascuno ebbe tinta la mano,
quando quel fumo si sparse lontano,
Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava
all'orizzonte del cielo di Praga...
Dimmi chi sono quegli uomini lenti
coi pugni stretti e con l'odio fra i denti,
dimmi chi sono quegli uomini stanchi
di chinar la testa e di tirare avanti,
dimmi chi era che il corpo portava,
la città intera che lo accompagnava,
la città intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga,
dimmi chi era che il corpo portava,
la città intera che lo accompagnava,
la città intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga,
una speranza nel cielo di Praga,
una speranza nel cielo di Praga...
(Francesco Guccini)
Cosa è rimasto oggi di quello spirito? La domanda mi attanaglia mentre assaporo le bellezze di Praga, mentre respiro la sua storia passeggiando per la Città Vecchia. Quella che era una città dall’animo triste ed oppresso oggi fa i conti con l’Occidente e le sue proposte neoliberiste. Hanno molta voglia di fare i Cechi. Molta voglia di riscattarsi dopo 40 anni di prigionia, e tanti desideri ancora da realizzare. Ma non tutti vivono felici e contenti. La favola del consumismo ha grossi scheletri nell’armadio. Me ne accorgo quando mi immergo nella folla di piazza Venceslao. Quei 700 metri di strada che erano la cartina al tornasole della rivolta per la libertà ora sono sacri templi del vizio, stracolmi di improvvisati papponi, buttadentro, casinò e spacciatori di droga, ragazze bellissime, di una bellezza disarmante, che ti guardano come se già sapessero tutto di te, e per qualche migliaio di corone possono donarti un’ora di amore. Personaggi che regalano promesse e promettono regali. Poco a che vedere con i ragazzi del ’68, con il sacrificio di Palach proprio in quella piazza. Ma non voglio ricordarla solo così. Praga ha ben altro da offrire. Non sono infatti i paradisi artificiali che ti affascinano, ma quelli concreti dei suoi monumenti, della Moldava e dei suoi ponti, i ristoranti tipici ed i caffè, i suoi quartieri, l’inglese un po’ sguaiato ma dolcissimo delle fanciulle locali, i sorrisi della gente e dei turisti, i castelli e le cattedrali, la pioggia fine fine che pulisce le strade. La sua primavera, quella passata e quella odierna.
Gianni
Primavera di Praga
Di antichi fasti la piazza vestita
grigia guardava la nuova sua vita,
come ogni giorno la notte arrivava,
frasi consuete sui muri di Praga,
ma poi la piazza fermò la sua vita
e breve ebbe un grido la folla smarrita
quando la fiamma violenta ed atroce
spezzò gridando ogni suono di voce...
Son come falchi quei carri appostati,
corron parole sui visi arrossati,
corre il dolore bruciando ogni strada
e lancia grida ogni muro di Praga.
Quando la piazza fermò la sua vita,
sudava sangue la folla ferita,
quando la fiamma col suo fumo nero
lasciò la terra e si alzò verso il cielo,
quando ciascuno ebbe tinta la mano,
quando quel fumo si sparse lontano,
Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava
all'orizzonte del cielo di Praga...
Dimmi chi sono quegli uomini lenti
coi pugni stretti e con l'odio fra i denti,
dimmi chi sono quegli uomini stanchi
di chinar la testa e di tirare avanti,
dimmi chi era che il corpo portava,
la città intera che lo accompagnava,
la città intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga,
dimmi chi era che il corpo portava,
la città intera che lo accompagnava,
la città intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga,
una speranza nel cielo di Praga,
una speranza nel cielo di Praga...
(Francesco Guccini)
mercoledì, aprile 26, 2006
Uncorrectly political: i graffi di Gianni e Pinotto
Il Caimano è veramente un bel film. Ci ha colpito perché ha rinunciato ad attaccare Berlusconi con notizie scioccanti, ormai note a molti. Ha scelto di descriverlo, di ricrearlo cinematograficamente. Una frase all’interno della pellicola ci è rimasta impressa più di altre: “L’Italia degli ultimi trent’anni è Berlusconi”. Così, presi un po’ dallo sconforto e ragionandoci abbiamo cercato di trovare i motivi in grado di sorreggere questa tesi:
1. “Forza Italia” era gridato solo negli stadi in cui giocava la Nazionale.
2. I politici avevano slogan concreti e non “Con noi un cielo più azzurro”, “Un mare più nuotabile” etc…
3. I coglioni erano una parte importante dell’anatomia umana e non gli elettori del governo.
4. La sinistra era accusata di pedofagia ora invece, a quanto pare, controlla televisioni, giornali, magistratura, finanza, l’universo intero.
5. La classe dirigente del nostro Paese raramente aveva background formativi nei campi del marketing e delle pubbliche relazioni, tuttavia conosceva qualcosa di dottrina politica.
6. Ferrara, Adornato e Bondi leggevano ancora “Il Manifesto”.
7. Baget Bozzo si limitava a predicare dal pulpito della parrocchia, ora lo fa attraverso il tubo catodico.
8. Deputati europei non erano “gentilmente” invitati a svolgere ruoli cinematografici in pellicole sui kapò.
9. Le pensionate ed i pensionati settantenni non erano amministratori delegati, presidenti, direttori generali di imprese nazionali.
10. Holding, vocabolario alla mano, era solamente il gerundio del verbo inglese tenere.
11. Milano non aveva sottoparagrafi (2,3,…) e le fanciulle di nome Chiara non provavano vergogna di fronte all’epiteto “lachiarella”.
12. Adriano Galliani era un dirigente di provincia simpatizzante calcisticamente per la Juventus.
13. In televisione c’erano programmi con pubblicità non blocchi pubblicitari con all’interno dei programmi.
14. Emilio Fede presentava il Tg di Raiuno.
15. In un ipotetico quiz televisivo, alla domanda “Dove si trova Arcore?”, il concorrente avrebbe risposto. “Non lo so”.
16. Il giornalista Marco Travaglio, giovanissimo, sognava di scrivere un libro ma, pur scervellandosi, non riusciva a trovarne il protagonista.
17. “Palermo-Milano” era solo andata. Ora molti la percorrono in entrambi in sensi.
18. I cavalli non entravano nelle camere d’albergo.
19. La lombosciatalgia, causata dall’uso eccessivo dei tacchi, era un problema che colpiva solo le donne.
1. “Forza Italia” era gridato solo negli stadi in cui giocava la Nazionale.
2. I politici avevano slogan concreti e non “Con noi un cielo più azzurro”, “Un mare più nuotabile” etc…
3. I coglioni erano una parte importante dell’anatomia umana e non gli elettori del governo.
4. La sinistra era accusata di pedofagia ora invece, a quanto pare, controlla televisioni, giornali, magistratura, finanza, l’universo intero.
5. La classe dirigente del nostro Paese raramente aveva background formativi nei campi del marketing e delle pubbliche relazioni, tuttavia conosceva qualcosa di dottrina politica.
6. Ferrara, Adornato e Bondi leggevano ancora “Il Manifesto”.
7. Baget Bozzo si limitava a predicare dal pulpito della parrocchia, ora lo fa attraverso il tubo catodico.
8. Deputati europei non erano “gentilmente” invitati a svolgere ruoli cinematografici in pellicole sui kapò.
9. Le pensionate ed i pensionati settantenni non erano amministratori delegati, presidenti, direttori generali di imprese nazionali.
10. Holding, vocabolario alla mano, era solamente il gerundio del verbo inglese tenere.
11. Milano non aveva sottoparagrafi (2,3,…) e le fanciulle di nome Chiara non provavano vergogna di fronte all’epiteto “lachiarella”.
12. Adriano Galliani era un dirigente di provincia simpatizzante calcisticamente per la Juventus.
13. In televisione c’erano programmi con pubblicità non blocchi pubblicitari con all’interno dei programmi.
14. Emilio Fede presentava il Tg di Raiuno.
15. In un ipotetico quiz televisivo, alla domanda “Dove si trova Arcore?”, il concorrente avrebbe risposto. “Non lo so”.
16. Il giornalista Marco Travaglio, giovanissimo, sognava di scrivere un libro ma, pur scervellandosi, non riusciva a trovarne il protagonista.
17. “Palermo-Milano” era solo andata. Ora molti la percorrono in entrambi in sensi.
18. I cavalli non entravano nelle camere d’albergo.
19. La lombosciatalgia, causata dall’uso eccessivo dei tacchi, era un problema che colpiva solo le donne.
domenica, aprile 23, 2006
Potere alla Parola (rubrica a cura del vostro Gianni)
Ho fatto fatica a dormire stanotte. Sarà perché ero da solo e preferivo riscaldare il talamo in dolce compagnia, o semplicemente sono 3 settimane che la notte mi invita al sonno ed io declino quasi sempre l’offerta (mi chiedo come faccia la gente tormentata per davvero a convivere con questo problema). Quando apro gli occhi la mia stanza è trafitta dai raggi di mattino, una confusa orgia di pulviscoli che si muove al tempo della sveglia targata Motorola. Odio questo rumore. Preferirei farmi svegliare da suoni meno indisponenti. Accendo la TV: tette-culi-tette-culi-spot-culi-reality-tette-promo-videopagotti-tette-trailers-culi-spot-tette (a questo punto è più hardcore la messa in diretta sulla RAI!). Spengo la TV. Accendo lo stereo, il mio dito cerca veloce “Paint Your Target” dei Fightstar. Che canzone magnifica, Pinotto mi ha salvato portandomi questo cd da Londra. Aspetto che finisca, non si lascia mai una song a metà. Mi tocco la barba, cazzo potrei sembrare il figlio di Gheddafi. Spengo lo stereo e decido di trascinare i miei 23 anni sotto la doccia per poi radermi di dosso la noia, quando all’improvviso vengo attratto da interferenze esterne. Il suono delle campane che si abbraccia con il cinguettio dei passerotti. Armonica delizia. Mi affaccio dal balcone e vedo una Milano sveglia ma ancora assonnata, splendida perché quasi immobile, svestita dalla sua solita frenesia. La mia via sta riacquistando il suo verde. Il sole ha letteralmente preso a calci le tenebre, che hanno sanguinato luce da tutti i pori. Le rotaie del tram non gracchiano da un po’, come se avessero smesso per rispetto di questa calma surreale. Oggi la mia città è proprio fantastica. E sono queste piccole cose che mi rendono allegro, tramutano il mio eterno broncio in sorriso, il mio inferno in paradiso.
Buongiorno Milano!
Gianni.
Còl coeùr in màn
Me sont desmentegàa de spiegà bén
quèl che l'è'l titol della mia poesia,
ma sont sicùr che avìi capì almén
che l'è ànca vòstra, mìnga sòl cà mia.
L'è tùt el nòst paès còi sò magàgn
e i sò virtùu che l'hann fàa grand e bèll,
cònt i sò vèer pianùr e i sò montagn,
che fann de divisòri e de capèll.
L'è l'ària che respiròm nùm nativ
e tùtti insèmma quèi che chi a Milàn
troeùven de podè stà e podè viv
in armonia e còl coeùr in màn.
(Vincenzo Migliavacca)
Buongiorno Milano!
Gianni.
Còl coeùr in màn
Me sont desmentegàa de spiegà bén
quèl che l'è'l titol della mia poesia,
ma sont sicùr che avìi capì almén
che l'è ànca vòstra, mìnga sòl cà mia.
L'è tùt el nòst paès còi sò magàgn
e i sò virtùu che l'hann fàa grand e bèll,
cònt i sò vèer pianùr e i sò montagn,
che fann de divisòri e de capèll.
L'è l'ària che respiròm nùm nativ
e tùtti insèmma quèi che chi a Milàn
troeùven de podè stà e podè viv
in armonia e còl coeùr in màn.
(Vincenzo Migliavacca)
mercoledì, aprile 19, 2006
Febbre a 90’, calcio e vita secondo me, Pinotto.

E’ giunta l’ora. Stasera dopo 93 anni si chiude la storia europea dello stadio di Highbury, casa dell’Arsenal.
Si gioca la semifinale di Champions League, la prima che verrà disputata su questo terreno di gioco e, per assurdo, anche l’ultima. L’Arsenal ha scelto l’ultimo anno, quello in cui le proprie mura per più di 90 anni sarebbero dovute diventare condomini per famiglie agiate e benestanti, per raggiungere l’unica semifinale della propria storia nella massima competizione europea.
Vieira, giocatore simbolo e capitano, se n’è andato la scorsa estate; Henry, l’artefice principale del miracolo stagionale se ne andrà, novanta probabilità su cento, nel prossimo calciomercato. Così dopo il sorteggio degli ottavi, pescando il Real Madrid, molti avrebbero volentieri iniziato a montare citofoni e portoni. Per non parlare di chi, avendo visto uscire dalle sfere di selezione dei quarti di finale la Juventus, sarebbe corso volentieri in un’agenzia immobiliare di Islington per assicurarsi il futuro immobile.
Lo stadio a fine stagione chiuderà lo stesso ma, nonostante tutte queste avversità, nessuno ha potuto imporre l’addio anticipato ad HIGHBURY, Casa del calcio.
giovedì, aprile 13, 2006
Potere alla Parola (rubrica a cura del vostro Gianni)
Questa volta non sono in grado di contribuire con le mie parole ad esemplificare un tema che si regge già da solo (pur barcollando!). Le presunzioni didascaliche finiscono quando iniziano a parlare questi saggi, che decantano le lodi di una delle migliori invenzioni di sempre, nonché loro fonte di ispirazione!
Cin Cin, e buona lettura!
Gianni.
Il vino mi spinge,
il vino folle, che fa cantare anche l’uomo più saggio,
e lo fa ridere mollemente e lo costringe a danzare,
e tira fuori parola, che sta meglio non detta.
(Omero)
Ciò che sta nel cuore del sobrio è sulla lingua dell’ubriaco.
(Plutarco)
Da saggia versaci il tuo vino: le troppe speranze
contieni in termini brevi: parli e già l’ora è fuggita.
Cogli il giorno e del dubbio domani diffida.
(Orazio)
Bisogna essere ebbri. Tutto qui: è l’unico problema. Per non sentire l’orribile peso del Tempo che vi spezza le spalle e vi piega verso terra, bisogna che v’inebriate senza tregua. Ma di cosa? Di vino, di poesia o di virtù, a piacer vostro. Ma inebriatevi.
(Charles Baudelaire)
Un vino d’oro splendeva nei bicchieri
Che ci inebriò,
L’amore, nei tuoi occhi neri,
Fuoco in una radura, s’incendiò.
(Attilio Bertolucci)
Però che Boheme confortevole, giocata tra case e osterie, quando ad ogni bicchiere rimbalzano le filosofie.
(Francesco Guccini)
Si può bere troppo, ma non si beve mai abbastanza.
(Gotthold Ephraim Lessing)
A me piacciono gli anfratti bui
delle osterie dormienti,
dove la gente culmina nell’eccesso del canto,
a me piacciono le cose bestemmiate e leggere,
e i calici di vino profondi,
dove la mente esulta,
livello magico di pensiero.
Troppo sciocco è il piangere sopra un amore perduto
malvissuto e scostante,
meglio l’acre vapore del vino
indenne,
meglio l’ubriacatura del genio,
meglio sì meglio,
l’indagine sorda delle scorrevolezze di vite;
io amo le osterie
che parlano il linguaggio sottile
della lingua di Bacco,
e poi nelle osterie
ci sta il nome di Charles
scritto a caratteri d’oro.
(Alda Merini)
Adoro farmi un Martini
perfino un secondo bicchiere
al terzo finisco sotto il tavolo
al quarto sotto il mio cavaliere.
(Dorothy Parker)
E i bicchieri erano vuoti
e la bottiglia in pezzi
E il letto spalancato
e la porta sprangata
E tutte le stelle di vetro
della bellezza e della gioia
risplendevano nella polvere
nella camera spazzata male
Ed io ubriaco morto
ero un fuoco di gioia
e tu ubriaca viva
nuda tra le mie braccia .
(Jacques Prévert)
Una delle mie signore di un tempo mi aveva urlato una volta: “Tu bevi per scappare dalla realtà!”
“Naturalmente, cara”.
(Charles Bukowski)
Cin Cin, e buona lettura!
Gianni.
Il vino mi spinge,
il vino folle, che fa cantare anche l’uomo più saggio,
e lo fa ridere mollemente e lo costringe a danzare,
e tira fuori parola, che sta meglio non detta.
(Omero)
Ciò che sta nel cuore del sobrio è sulla lingua dell’ubriaco.
(Plutarco)
Da saggia versaci il tuo vino: le troppe speranze
contieni in termini brevi: parli e già l’ora è fuggita.
Cogli il giorno e del dubbio domani diffida.
(Orazio)
Bisogna essere ebbri. Tutto qui: è l’unico problema. Per non sentire l’orribile peso del Tempo che vi spezza le spalle e vi piega verso terra, bisogna che v’inebriate senza tregua. Ma di cosa? Di vino, di poesia o di virtù, a piacer vostro. Ma inebriatevi.
(Charles Baudelaire)
Un vino d’oro splendeva nei bicchieri
Che ci inebriò,
L’amore, nei tuoi occhi neri,
Fuoco in una radura, s’incendiò.
(Attilio Bertolucci)
Però che Boheme confortevole, giocata tra case e osterie, quando ad ogni bicchiere rimbalzano le filosofie.
(Francesco Guccini)
Si può bere troppo, ma non si beve mai abbastanza.
(Gotthold Ephraim Lessing)
A me piacciono gli anfratti bui
delle osterie dormienti,
dove la gente culmina nell’eccesso del canto,
a me piacciono le cose bestemmiate e leggere,
e i calici di vino profondi,
dove la mente esulta,
livello magico di pensiero.
Troppo sciocco è il piangere sopra un amore perduto
malvissuto e scostante,
meglio l’acre vapore del vino
indenne,
meglio l’ubriacatura del genio,
meglio sì meglio,
l’indagine sorda delle scorrevolezze di vite;
io amo le osterie
che parlano il linguaggio sottile
della lingua di Bacco,
e poi nelle osterie
ci sta il nome di Charles
scritto a caratteri d’oro.
(Alda Merini)
Adoro farmi un Martini
perfino un secondo bicchiere
al terzo finisco sotto il tavolo
al quarto sotto il mio cavaliere.
(Dorothy Parker)
E i bicchieri erano vuoti
e la bottiglia in pezzi
E il letto spalancato
e la porta sprangata
E tutte le stelle di vetro
della bellezza e della gioia
risplendevano nella polvere
nella camera spazzata male
Ed io ubriaco morto
ero un fuoco di gioia
e tu ubriaca viva
nuda tra le mie braccia .
(Jacques Prévert)
Una delle mie signore di un tempo mi aveva urlato una volta: “Tu bevi per scappare dalla realtà!”
“Naturalmente, cara”.
(Charles Bukowski)
mercoledì, aprile 12, 2006
Febbre a 90’, calcio e vita secondo me, Pinotto.
Doveva finire 3 a 0. Alle tre del pomeriggio circa, gli exit poll prevedevano una vittoria netta di Prodi. Dalle 18, invece, lo scenario era quello di Instanbul, finale di Champions League dello scorso anno, alla rovescia per Berlusconi. 3 a 1, 3 a 2, 3 a 3. Con Emilio Fede su Rete 4 a cantare, al posto della Kop di Liverpool, “You will never walk alone” Cavaliere.
Il 3 a 3 sembrava non sbloccarsi, un pareggio infinito con relativo fischio di chiusura e rinvio ai tempi supplementari con molti cittadini-elettori ormai immersi nel sonno per l’ora tardissima.
Alla fine è stata Italia-Germania 4 a 3, vittoria dell’Unione in zona Cesarini ma, al contrario della semifinale mondiale di Messico ’70, con solo mezza Italia che esulta.
Aspettando la Germania, calcistica, e non il Paese con annesso modello politico da imitare, per riunificarsi.
“Le partite non finiscono mai” è il titolo di un libro sul calcio scritto da Darwin Pastorin, in questo caso speriamo che, almeno su questa, si possa emettere il fischio finale.
Il 3 a 3 sembrava non sbloccarsi, un pareggio infinito con relativo fischio di chiusura e rinvio ai tempi supplementari con molti cittadini-elettori ormai immersi nel sonno per l’ora tardissima.
Alla fine è stata Italia-Germania 4 a 3, vittoria dell’Unione in zona Cesarini ma, al contrario della semifinale mondiale di Messico ’70, con solo mezza Italia che esulta.
Aspettando la Germania, calcistica, e non il Paese con annesso modello politico da imitare, per riunificarsi.
“Le partite non finiscono mai” è il titolo di un libro sul calcio scritto da Darwin Pastorin, in questo caso speriamo che, almeno su questa, si possa emettere il fischio finale.
martedì, aprile 04, 2006
Uncorrectly political: i graffi di Gianni e Pinotto
Tra ubriachi e utili idioti.
“Francamente, a questo punto, i tentativi di distribuire in maniera bipartisan le colpe di un clima teso un poco fanno ridere, e un poco fanno girare le scatole”.
Michele Serra è uno dei pochi giornalisti e scrittori dal cervello in perfetta sincronia con la penna…un miracolo che ancora non sia stato ancora tacciato di “uso criminoso dei media” e censurato! A pochi giorni dalle elezioni ci ritroviamo di nuovo a dover sguazzare in un pantano di insulti, gazzarre e dita cariche d’odio puntate in modo minaccioso. Il “curato bonario” che dà del “ballista” all’ “uomo che usa i numeri come un ubriaco i lampioni: più per sostegno che per illuminazione”. Si racconta di un’Italia dominata da “utili idioti”, con transessuali che distribuiscono spinelli, no global con i bulloni in mano, gente che dice viva Fidel e via discorrendo. Le cadute di stile si sprecano. Le scuse fatte dai due pretendenti al trono si sciolgono come neve al sole, troppo tardi per recuperare il fair-play. Ma ormai la cosa non sconvolge più, noi italiani siamo abituati da tempo a questi momenti di avanspettacolo. Quello che mi spaventa non è il facèto ma il serio, sono le argomentazioni con cui poi si vincono le elezioni. Ho come la netta impressione che la nostra classe dirigente sia rimasta un po’ indietro con i tempi. La scienza imperfetta di numeri e cifre (usata, da che mondo è mondo, sempre in maniera strumentale) ha smesso di far presa sul cittadino monitorante. Le parolone e i tecnicismi non bastano a coprire quella che è in fondo sterilità di idee concrete per il nostro Belpaese malandato. Mi immagino cosa capiscano la vecchietta pensionata o l’uomo della strada quando gli si vomitano addosso termini quali “sostituzione di gettito”, “cuneo contributivo” o “rendite catastali” (a dir la verità, spesso neppure io ci capisco una sega!). Gli esperti di marketing elettorale che fanno da baby-sitter ai nostri candidati dovrebbero sapere che ormai il “politichese” non fa trendy! Quello di cui l’Italia ha bisogno a mio avviso è una radicale spinta dal basso. La politica non ha necessità di spettacolarizzarsi ulteriormente per poter parlare in modo corretto ai cittadini, deve invece dare più ascolto alla base, renderla partecipe in modo più che attivo, sentirsi diretta responsabile della situazione sociale e farsene carico (invece che addossarsi sempre le colpe da un governo all’altro), dialogare seriamente invece di sputare insulti, rigurgiti populisti e demagogie, lasciare molto più spazio alle donne (molto più sensibili alle questioni sopraccitate nonché difficilmente corruttibili) ma soprattutto puntare su politici più giovani e carichi di passione. Questa non è una favola, è una realtà che si respira in alcuni paesi europei (quelli scandinavi in primis) da molto tempo. Se non possiamo uniformarci, almeno proviamo ad avvicinarci. Per fare questo bisogna rimboccarsi le maniche e crederci un po’, a partire da noi, che abbiamo un sacrosanto diritto di voto e la possibilità di partecipare, di farci sentire se tutti lo vogliamo! Ti sbagli caro Professore, gli ubriachi siamo noi, ubriachi di speranza che usano il lampione del buon senso. Ti sbagli anche tu caro Cavaliere, gli utili idioti siamo noi! Del resto, come diceva un vecchio proverbio russo: “lo scemo del villaggio è il profeta di dio”.
Ironie socratiche a parte, votate almeno con la testa se non avete cuore!
Un abbraccio,
Gianni.
Il Terzo Candidato
Il terzo candidato non ha bisogno della Tv,
il suo media è il contatto con la gente.
Il terzo candidato crede nelle proprie idee,
quando le espone cattura l’attenzione senza alzare la voce.
Il terzo candidato non insulta l’avversario,
lo rispetta, se entrambi hanno a cuore il futuro del paese più che gli interessi personali.
Il terzo candidato Ripudia la guerra!
Il terzo candidato non ha una scorta di 3 auto,
quando fa la spesa, magari vicino a casa nostra,
sa quanto costa un kg di pane.
Il terzo candidato si lamenta del caroprezzi,
e cerca una via per limitarlo.
Il terzo candidato scende in piazza con i giovani
contro l’eccessiva precarietà e l’insicurezza che li circonda;
con le donne, per difendere i loro diritti.
Il terzo candidato non ha scheletri nell’armadio,
amici “scalatori” di banche, collaboratori indagati o,
ancor peggio, condannati,
non ha macchine per distruggere pezzi di carta scomodi.
Il terzo candidato è nuovo,
non è una minestra riscaldata del 1994, del 1996 o del 2001.
Il terzo candidato è un uomo giusto, è un uomo del popolo.
Il terzo candidato è: Torna Berlinguer!
Il terzo candidato non deve essere per forza uomo,
può essere anche donna e senza una legge che lo imponga.
Il terzo candidato è tra Noi e non tra loro;
dobbiamo trovarlo e meritarlo per cambiare veramente le cose.
Pinotto
“Francamente, a questo punto, i tentativi di distribuire in maniera bipartisan le colpe di un clima teso un poco fanno ridere, e un poco fanno girare le scatole”.
Michele Serra è uno dei pochi giornalisti e scrittori dal cervello in perfetta sincronia con la penna…un miracolo che ancora non sia stato ancora tacciato di “uso criminoso dei media” e censurato! A pochi giorni dalle elezioni ci ritroviamo di nuovo a dover sguazzare in un pantano di insulti, gazzarre e dita cariche d’odio puntate in modo minaccioso. Il “curato bonario” che dà del “ballista” all’ “uomo che usa i numeri come un ubriaco i lampioni: più per sostegno che per illuminazione”. Si racconta di un’Italia dominata da “utili idioti”, con transessuali che distribuiscono spinelli, no global con i bulloni in mano, gente che dice viva Fidel e via discorrendo. Le cadute di stile si sprecano. Le scuse fatte dai due pretendenti al trono si sciolgono come neve al sole, troppo tardi per recuperare il fair-play. Ma ormai la cosa non sconvolge più, noi italiani siamo abituati da tempo a questi momenti di avanspettacolo. Quello che mi spaventa non è il facèto ma il serio, sono le argomentazioni con cui poi si vincono le elezioni. Ho come la netta impressione che la nostra classe dirigente sia rimasta un po’ indietro con i tempi. La scienza imperfetta di numeri e cifre (usata, da che mondo è mondo, sempre in maniera strumentale) ha smesso di far presa sul cittadino monitorante. Le parolone e i tecnicismi non bastano a coprire quella che è in fondo sterilità di idee concrete per il nostro Belpaese malandato. Mi immagino cosa capiscano la vecchietta pensionata o l’uomo della strada quando gli si vomitano addosso termini quali “sostituzione di gettito”, “cuneo contributivo” o “rendite catastali” (a dir la verità, spesso neppure io ci capisco una sega!). Gli esperti di marketing elettorale che fanno da baby-sitter ai nostri candidati dovrebbero sapere che ormai il “politichese” non fa trendy! Quello di cui l’Italia ha bisogno a mio avviso è una radicale spinta dal basso. La politica non ha necessità di spettacolarizzarsi ulteriormente per poter parlare in modo corretto ai cittadini, deve invece dare più ascolto alla base, renderla partecipe in modo più che attivo, sentirsi diretta responsabile della situazione sociale e farsene carico (invece che addossarsi sempre le colpe da un governo all’altro), dialogare seriamente invece di sputare insulti, rigurgiti populisti e demagogie, lasciare molto più spazio alle donne (molto più sensibili alle questioni sopraccitate nonché difficilmente corruttibili) ma soprattutto puntare su politici più giovani e carichi di passione. Questa non è una favola, è una realtà che si respira in alcuni paesi europei (quelli scandinavi in primis) da molto tempo. Se non possiamo uniformarci, almeno proviamo ad avvicinarci. Per fare questo bisogna rimboccarsi le maniche e crederci un po’, a partire da noi, che abbiamo un sacrosanto diritto di voto e la possibilità di partecipare, di farci sentire se tutti lo vogliamo! Ti sbagli caro Professore, gli ubriachi siamo noi, ubriachi di speranza che usano il lampione del buon senso. Ti sbagli anche tu caro Cavaliere, gli utili idioti siamo noi! Del resto, come diceva un vecchio proverbio russo: “lo scemo del villaggio è il profeta di dio”.
Ironie socratiche a parte, votate almeno con la testa se non avete cuore!
Un abbraccio,
Gianni.
Il Terzo Candidato
Il terzo candidato non ha bisogno della Tv,
il suo media è il contatto con la gente.
Il terzo candidato crede nelle proprie idee,
quando le espone cattura l’attenzione senza alzare la voce.
Il terzo candidato non insulta l’avversario,
lo rispetta, se entrambi hanno a cuore il futuro del paese più che gli interessi personali.
Il terzo candidato Ripudia la guerra!
Il terzo candidato non ha una scorta di 3 auto,
quando fa la spesa, magari vicino a casa nostra,
sa quanto costa un kg di pane.
Il terzo candidato si lamenta del caroprezzi,
e cerca una via per limitarlo.
Il terzo candidato scende in piazza con i giovani
contro l’eccessiva precarietà e l’insicurezza che li circonda;
con le donne, per difendere i loro diritti.
Il terzo candidato non ha scheletri nell’armadio,
amici “scalatori” di banche, collaboratori indagati o,
ancor peggio, condannati,
non ha macchine per distruggere pezzi di carta scomodi.
Il terzo candidato è nuovo,
non è una minestra riscaldata del 1994, del 1996 o del 2001.
Il terzo candidato è un uomo giusto, è un uomo del popolo.
Il terzo candidato è: Torna Berlinguer!
Il terzo candidato non deve essere per forza uomo,
può essere anche donna e senza una legge che lo imponga.
Il terzo candidato è tra Noi e non tra loro;
dobbiamo trovarlo e meritarlo per cambiare veramente le cose.
Pinotto
Febbre a 90’, calcio e vita secondo me, Pinotto.
Julio Gonzalez, calciatore del Vicenza, nel dicembre scorso è stato vittima di un gravissimo incidente automobilistico. La gravità delle ferite riportate ha costretto i medici ad amputargli il braccio sinistro. Nei giorni seguenti, dimesso dall’ospedale senza un braccio e con l’altro ancora ingessato, ha tenuto una conferenza stampa in cui ha dichiarato che, per lui, la speranza è di poter essere il primo nel riuscire a tornare a giocare o, almeno, quella di poter fare l’allenatore dei giovani.
Che cos’è la speranza nello sport? Ma, soprattutto, Chi è?
Alex Zanardi, al quale di gambe ne hanno tolte due, ha portato sicuramente la speranza nell’automobilismo; Lance Armstrong, vincendo il male più grande, lo ha fatto nel ciclismo e Jona Lomu, All Black al quale è stato trapiantato un rene, nel rugby. Chi è la speranza nel calcio? Chi ha dato l’esempio in questo sport e può aiutare le persone che sentono di non essere alla pari con coloro che compongono quella che molti chiamano “normalità”?
Ponendomi questa domanda, la risposta che mi è balzata in testa, senza lasciare spazio alle altre, è solo una, Manuel Francisco dos Santos, detto Manè.
“La poliomielite. A Pau Grande non c’era quasi niente, ma la poliomielite non mancava e al mio passerotto aveva seccato le gambe. Ma questo a Manè sembrava non importare. Lui era sempre allegro, anche nella disgrazia, anche se camminava male e poco, anche se non poteva correre dietro al pallone come gli altri e a suo padre, nel vederlo così piccolo e storto, si riempiva la gola di lacrime. Fu per lenire quella pena che, in qualche modo, lo convinsi a portare suo figlio dal medico, a Rio. Deamaro se lo mise in spalla, con me sempre accanto, e andammo a parlare con questo dottore che operava le gambe storte dei bambini. Quello se lo prese e lo tenne per ore sotto i ferri cercando di raddrizzargliele, ma ci riuscì solo a metà, cosicché quando ce lo restituì aveva uno sguardo imbarazzato. Disse che almeno con la sinistra avrebbe camminato.”
“Un giorno di luglio (Manè n.d.r.) stava guardando i bambini giocare a pallone, io assieme a lui, come sempre. La palla rotolò verso di noi e quando Joao Paulo Pirinha, per scherno, gli gridò di calciarla, vidi negli occhi di Manè la felicità andare via. Si girò verso Joao Paulo e gli urlò di venirsela a prendere, la sua palla, e poi riprese a sorridere, ma io avevo capito che dentro stava tremando. Allora lo guardai e lui si sentì più tranquillo. Posò davanti ai suoi piedi la palla, si asciugò sui calzoncini il sudore delle mani e rimase dritto ad aspettare Pirinha. Ero accanto a lui e lo tenevo per un braccio mentre l’altro si avvicinò lentamente e infine si piazzò di fronte a Manè. Lo strinsi ancora più forte e forse il mio passerotto capì, così guardò l’avversario negli occhi e sorrise, poi si piegò sulla sinistra, appoggiandosi al mio fianco e mentre Joao Paulo allungava la gamba da quella parte, lui schizzò dall’altra, il pallone tra le gambe e il sorriso di nuovo sulle labbra. Da quel giorno nessuno riuscì più a togliergli la palla, perché ogni volta Manè si appoggiava al mio braccio e scappava dall’altra parte sorridendo, mentre la gente si nutriva di allegria, rimaneva affascinata da quel passo improvviso di danza e lo chiamava soltanto Garrincha.” (Ugo Ricciarelli, L’angelo di Coppi.)
Garrincha non è rimasto in quel campetto di Pau Grande; nonostante avesse la poliomielite, e una gamba più corta dell’altra, ha vinto 2 Coppe del Mondo con il Brasile nel 1958 e nel 1962, diventando anche capocannoniere in quest’ultima.
Che cos’è la speranza nello sport? Ma, soprattutto, Chi è?
Alex Zanardi, al quale di gambe ne hanno tolte due, ha portato sicuramente la speranza nell’automobilismo; Lance Armstrong, vincendo il male più grande, lo ha fatto nel ciclismo e Jona Lomu, All Black al quale è stato trapiantato un rene, nel rugby. Chi è la speranza nel calcio? Chi ha dato l’esempio in questo sport e può aiutare le persone che sentono di non essere alla pari con coloro che compongono quella che molti chiamano “normalità”?
Ponendomi questa domanda, la risposta che mi è balzata in testa, senza lasciare spazio alle altre, è solo una, Manuel Francisco dos Santos, detto Manè.
“La poliomielite. A Pau Grande non c’era quasi niente, ma la poliomielite non mancava e al mio passerotto aveva seccato le gambe. Ma questo a Manè sembrava non importare. Lui era sempre allegro, anche nella disgrazia, anche se camminava male e poco, anche se non poteva correre dietro al pallone come gli altri e a suo padre, nel vederlo così piccolo e storto, si riempiva la gola di lacrime. Fu per lenire quella pena che, in qualche modo, lo convinsi a portare suo figlio dal medico, a Rio. Deamaro se lo mise in spalla, con me sempre accanto, e andammo a parlare con questo dottore che operava le gambe storte dei bambini. Quello se lo prese e lo tenne per ore sotto i ferri cercando di raddrizzargliele, ma ci riuscì solo a metà, cosicché quando ce lo restituì aveva uno sguardo imbarazzato. Disse che almeno con la sinistra avrebbe camminato.”
“Un giorno di luglio (Manè n.d.r.) stava guardando i bambini giocare a pallone, io assieme a lui, come sempre. La palla rotolò verso di noi e quando Joao Paulo Pirinha, per scherno, gli gridò di calciarla, vidi negli occhi di Manè la felicità andare via. Si girò verso Joao Paulo e gli urlò di venirsela a prendere, la sua palla, e poi riprese a sorridere, ma io avevo capito che dentro stava tremando. Allora lo guardai e lui si sentì più tranquillo. Posò davanti ai suoi piedi la palla, si asciugò sui calzoncini il sudore delle mani e rimase dritto ad aspettare Pirinha. Ero accanto a lui e lo tenevo per un braccio mentre l’altro si avvicinò lentamente e infine si piazzò di fronte a Manè. Lo strinsi ancora più forte e forse il mio passerotto capì, così guardò l’avversario negli occhi e sorrise, poi si piegò sulla sinistra, appoggiandosi al mio fianco e mentre Joao Paulo allungava la gamba da quella parte, lui schizzò dall’altra, il pallone tra le gambe e il sorriso di nuovo sulle labbra. Da quel giorno nessuno riuscì più a togliergli la palla, perché ogni volta Manè si appoggiava al mio braccio e scappava dall’altra parte sorridendo, mentre la gente si nutriva di allegria, rimaneva affascinata da quel passo improvviso di danza e lo chiamava soltanto Garrincha.” (Ugo Ricciarelli, L’angelo di Coppi.)
Garrincha non è rimasto in quel campetto di Pau Grande; nonostante avesse la poliomielite, e una gamba più corta dell’altra, ha vinto 2 Coppe del Mondo con il Brasile nel 1958 e nel 1962, diventando anche capocannoniere in quest’ultima.
domenica, aprile 02, 2006
Potere alla Parola (rubrica a cura del vostro Gianni)
You can never hold back spring…
Così cantava, con la solita aria da rain dog, il grande Tom Waits nell’ultimo film di Roberto Benigni. Dargli torto sarebbe una bestemmia. Ha perfettamente ragione. Come si fa a fermare l’impeto di una vita che vuole prepotentemente rinascere? Come si può trattenere l’esplosione di colori e odori che piano piano travolge tutta la città e ruba un po’ di spazio al suo consueto grigiore? La primavera sta arrivando, ormai la sento dentro di me. Vedo già i pallidi volti cercare il nuovo sole, vedo i marciapiedi dei locali affollarsi di buonumore, le paranoie giornaliere perdere stamina e consistenza, vedo le belle ragazze in sovrappensiero camminare leggiadre per strada, con le loro forme di nuovo in risalto che quasi tolgono il respiro, proprio come i pollini che nel mio naso irritato troveranno dimora.
E pensare che Loretta Goggi ha pure avuto il coraggio di maledirla! Non c’è limite alla follia delle persone.
Buona primavera a tutti!
Il vostro Gianni.
Springtime
Veloce come un vento burrascoso, l’inverno dei tremori
Se n’è andato, il tepore scioglie i gelidi rancori.
Una nuova luce risveglia la mente
Impercettibili attimi cancellano gli affanni della vita
E i giorni lottano più aspramente
Nell’attesa della loro dipartita.
Fioriscono i balconi, i tanti viali alberati.
Risbocciano con amorosa violenza
Germogli di speranza nei cuori travagliati.
(Nicolò Cascinu)
Primaverile
Nuvole, sole, prato verde e case
Sull’altura, confusi. Primavera
Ha messo nell’aria fredda dei campi
La grazia di quei pioppi lungo l’argine.
Dalla valle i sentieri vanno al fiume:
Là, sul ciglio dell’acqua, amore aspetta.
Per te indossano i campi questa veste
Di giovane, oh invisibile compagna?
E quest’odore del faveto al vento?
E quella prima bianca margherita?
Sei con me dunque? Nella mano sento
Un doppio battito e il cuore mi grida
E nelle tempie mi assorda il pensiero:
Sì, sei tu che fiorisci, che resusciti.
(Antonio Machado)
Così cantava, con la solita aria da rain dog, il grande Tom Waits nell’ultimo film di Roberto Benigni. Dargli torto sarebbe una bestemmia. Ha perfettamente ragione. Come si fa a fermare l’impeto di una vita che vuole prepotentemente rinascere? Come si può trattenere l’esplosione di colori e odori che piano piano travolge tutta la città e ruba un po’ di spazio al suo consueto grigiore? La primavera sta arrivando, ormai la sento dentro di me. Vedo già i pallidi volti cercare il nuovo sole, vedo i marciapiedi dei locali affollarsi di buonumore, le paranoie giornaliere perdere stamina e consistenza, vedo le belle ragazze in sovrappensiero camminare leggiadre per strada, con le loro forme di nuovo in risalto che quasi tolgono il respiro, proprio come i pollini che nel mio naso irritato troveranno dimora.
E pensare che Loretta Goggi ha pure avuto il coraggio di maledirla! Non c’è limite alla follia delle persone.
Buona primavera a tutti!
Il vostro Gianni.
Springtime
Veloce come un vento burrascoso, l’inverno dei tremori
Se n’è andato, il tepore scioglie i gelidi rancori.
Una nuova luce risveglia la mente
Impercettibili attimi cancellano gli affanni della vita
E i giorni lottano più aspramente
Nell’attesa della loro dipartita.
Fioriscono i balconi, i tanti viali alberati.
Risbocciano con amorosa violenza
Germogli di speranza nei cuori travagliati.
(Nicolò Cascinu)
Primaverile
Nuvole, sole, prato verde e case
Sull’altura, confusi. Primavera
Ha messo nell’aria fredda dei campi
La grazia di quei pioppi lungo l’argine.
Dalla valle i sentieri vanno al fiume:
Là, sul ciglio dell’acqua, amore aspetta.
Per te indossano i campi questa veste
Di giovane, oh invisibile compagna?
E quest’odore del faveto al vento?
E quella prima bianca margherita?
Sei con me dunque? Nella mano sento
Un doppio battito e il cuore mi grida
E nelle tempie mi assorda il pensiero:
Sì, sei tu che fiorisci, che resusciti.
(Antonio Machado)
venerdì, marzo 31, 2006
Febbre a 90’, calcio e vita secondo me, Pinotto.
“Mi innamorai del calcio come mi sarei poi innamorato delle donne: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente, senza pensare al dolore o allo sconvolgimento che avrebbe portato con sé”.
Così inizia Febbre a 90’, il libro scritto da Nick Hornby sulla sua passione per l’Arsenal; un libro che, per un tifoso di calcio, vale il codice della strada per un vigile, il codice civile per un avvocato, il manuale di anatomia per un medico. Rappresenta,cioè, tutto quello che un “malato” di questo sport avrebbe voluto scrivere. Un “malato” di calcio è, per fare un esempio che possa far capire la figura, uno che, al liceo, se c’è un compito il lunedì, è sicuro che prende l’insufficienza; uno che, per andare allo stadio, deve fare 300 km andata/ritorno; uno che, a Venezia, ha visto una partita allo stadio, tre anni prima di visitare la città.
“Il calcio è una metafora della vita” disse Jean-Paul Sartre. “La vita è una metafora del calcio”, corresse addirittura il filosofo Givone. Queste due frasi rappresentano “il manifesto” di tutto ciò che verrà scritto in queste pagine riguardo al gioco del calcio.
Niente calciomercato, niente contratti televisivi, niente premiazioni di miglior calciatore d’Europa, del mondo ecc… solo storie che raccontino la bellezza di uno sport unico tramite aspetti che spesso vengono accantonati da fattori esterni; come dai soldi, che non ricoprono solo i giocatori, ma anche i loro caratteri genuini, le loro gesta risalenti a periodi ancora privi di fama; per arrivare alle televisioni, il media che più di ogni altro cerca di allontanare dagli stadi il vero co-protagonista dello spettacolo, senza il quale, probabilmente, tutto ciò non avrebbe senso, il pubblico. Tuttavia, una spiegazione esaustiva dei motivi per cui trovo incredibile questo sport e la passione che gli gira intorno, non posso non lasciarla, nuovamente, al libro che ha ispirato tutto questo, Febbre a 90’: ”Non trovi niente di simile fuori da uno stadio di calcio; non c’è nessun altro posto in tutto il paese in cui ti senti come se tu fossi al centro di tutto. Perché in qualunque discoteca o ristorante tu vada, o a qualunque commedia, o film, la vita, altrove, sarà andata avanti in tua assenza, come sempre; ma quando sono ad Highbury a vedere partite come queste, è come se il resto del mondo si fosse fermato e fosse accorso fuori dallo stadio, ad aspettare di sentire il risultato finale”.
Così inizia Febbre a 90’, il libro scritto da Nick Hornby sulla sua passione per l’Arsenal; un libro che, per un tifoso di calcio, vale il codice della strada per un vigile, il codice civile per un avvocato, il manuale di anatomia per un medico. Rappresenta,cioè, tutto quello che un “malato” di questo sport avrebbe voluto scrivere. Un “malato” di calcio è, per fare un esempio che possa far capire la figura, uno che, al liceo, se c’è un compito il lunedì, è sicuro che prende l’insufficienza; uno che, per andare allo stadio, deve fare 300 km andata/ritorno; uno che, a Venezia, ha visto una partita allo stadio, tre anni prima di visitare la città.
“Il calcio è una metafora della vita” disse Jean-Paul Sartre. “La vita è una metafora del calcio”, corresse addirittura il filosofo Givone. Queste due frasi rappresentano “il manifesto” di tutto ciò che verrà scritto in queste pagine riguardo al gioco del calcio.
Niente calciomercato, niente contratti televisivi, niente premiazioni di miglior calciatore d’Europa, del mondo ecc… solo storie che raccontino la bellezza di uno sport unico tramite aspetti che spesso vengono accantonati da fattori esterni; come dai soldi, che non ricoprono solo i giocatori, ma anche i loro caratteri genuini, le loro gesta risalenti a periodi ancora privi di fama; per arrivare alle televisioni, il media che più di ogni altro cerca di allontanare dagli stadi il vero co-protagonista dello spettacolo, senza il quale, probabilmente, tutto ciò non avrebbe senso, il pubblico. Tuttavia, una spiegazione esaustiva dei motivi per cui trovo incredibile questo sport e la passione che gli gira intorno, non posso non lasciarla, nuovamente, al libro che ha ispirato tutto questo, Febbre a 90’: ”Non trovi niente di simile fuori da uno stadio di calcio; non c’è nessun altro posto in tutto il paese in cui ti senti come se tu fossi al centro di tutto. Perché in qualunque discoteca o ristorante tu vada, o a qualunque commedia, o film, la vita, altrove, sarà andata avanti in tua assenza, come sempre; ma quando sono ad Highbury a vedere partite come queste, è come se il resto del mondo si fosse fermato e fosse accorso fuori dallo stadio, ad aspettare di sentire il risultato finale”.
giovedì, marzo 30, 2006
Potere alla Parola (rubrica a cura del vostro Gianni)
Lo sapevate che ogni secondo nel WorldWideWeb nasce un blog? Un autentico e genuino motore che mette in movimento parole e pensieri. Uno strumento così semplice da utilizzare, ma potente quanto basta per abbattere il grande silenzio che ogni giorno ci circonda, che sovrasta gli stridori metallici e tutti i simulacri urbani fatti di cemento armato e indifferenza. Potrebbe essere una risposta, un piccolo segnale di ritorno che ricostruisce il dialogo (diventato da tempo monologo) tra società ed individuo. Forse potrebbe togliere il bavaglio al tono zittito di tante coscienze che vorrebbero gridare qualcosa al mondo, o semplicemente dire qualcosa di utile e costruttivo. Non so come e dove andrà a finire questo entusiasmo collettivo che mi ha colpito e fatto riflettere a lungo. Gli intenti sono buoni, le speranze sono tante come tanta è la voglia, da parte mia, di creare un piccolo spazio e condividere con voi ciò che più mi affascina: la bellezza delle parole.
Eh già, certe persone con le parole ci sanno proprio fare. A volte riescono a rendere magico ciò che è banale, dipingere la vita come non l’abbiamo mai vista e riempirla di mille sfaccettature. Possono essere poeti, filosofi, scrittori, musicisti, o solamente persone comuni, “gente quasi normale, ma con l’anima come un bambino, che ogni tanto si mette le ali e con le parole gioca a rimpiattino” (per chi sa cogliere la citazione…). Non vorrei scadere nella retorica, non sarebbe consono. Vi auguro dei piacevoli momenti di lettura e riflessione. Verba Manent.
Con affetto,
Il vostro Gianni.
Se tu non parli
Se tu non parli
riempirò il mio cuore del tuo silenzio
e lo sopporterò.
Resterò qui fermo ad aspettare come la notte
nella sua veglia stellata
con il capo chino a terra
paziente.
Ma arriverà il mattino
le ombre della notte svaniranno
e la tua voce
in rivoli dorati inonderà il cielo.
Allora le tue parole
nel canto
prenderanno ali
da tutti i miei nidi di uccelli
e le tue melodie
spunteranno come fiori
su tutti gli alberi della mia foresta.
(Rabindranath Tagore)
Eh già, certe persone con le parole ci sanno proprio fare. A volte riescono a rendere magico ciò che è banale, dipingere la vita come non l’abbiamo mai vista e riempirla di mille sfaccettature. Possono essere poeti, filosofi, scrittori, musicisti, o solamente persone comuni, “gente quasi normale, ma con l’anima come un bambino, che ogni tanto si mette le ali e con le parole gioca a rimpiattino” (per chi sa cogliere la citazione…). Non vorrei scadere nella retorica, non sarebbe consono. Vi auguro dei piacevoli momenti di lettura e riflessione. Verba Manent.
Con affetto,
Il vostro Gianni.
Se tu non parli
Se tu non parli
riempirò il mio cuore del tuo silenzio
e lo sopporterò.
Resterò qui fermo ad aspettare come la notte
nella sua veglia stellata
con il capo chino a terra
paziente.
Ma arriverà il mattino
le ombre della notte svaniranno
e la tua voce
in rivoli dorati inonderà il cielo.
Allora le tue parole
nel canto
prenderanno ali
da tutti i miei nidi di uccelli
e le tue melodie
spunteranno come fiori
su tutti gli alberi della mia foresta.
(Rabindranath Tagore)
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